Un'alleanza per il clima, la
Terra e la giustizia sociale

Raccolta dei contributi scritti giunti da numerosi firmatari della lettera, sulle motivazioni della propria adesione

Immaginare un futuro altro

Roberto Meregalli - Beati i costruttori di pace

Ho aderito a questo appello perché credo che il senso della mia vita – come essere umano – sia nell’aver cura, nel custodire qualcosa/qualcuno. E questo qualcosa/qualcuno sono in primis gli occhi e i volti della gente, che spesso non sappiamo neppure guardare; ma al contempo gli occhi di tutte le forme viventi nella cui “culla” viviamo. È tutto collegato e non scindibile, e assumere la responsabilità della cura è ciò che ci realizza e ci dà senso.

Né la cura per gli esseri umani, né la cura per l’ambiente sono quindi attività filantropiche, fanno piuttosto parte dell’essenziale.

Vorrei una stagione in cui prima dello sfogo ci sia spazio per l’ascolto, in cui prima della condanna ci sia spazio per la parola, in cui prima della “capitozzatura” ci sia il tempo dello sguardo, la capacità della visione, l’immaginazione per un futuro meno avvilente di quello che appare come inevitabile.

Come scrive papa Francesco, «siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi», mi auguro che questa iniziativa sia in grado di farlo.

Costruire un ragionamento plurale

Stefano Galieni - Giornalistam Associazione Diritti e Frontiere - ADIF

Da non credente ho aderito e cercherò di dare il mio contributo a questa associazione soprattutto in virtù di una ragione. Colgo nelle intenzioni, come nell’enciclica da cui prende il nome, l’intenzione e la prospettiva che spesso manca a chi come me è costretto a operare nell’emergenza. Occupandomi di tematiche connesse all’immigrazione, allo sfruttamento delle persone costrette ad un esilio che in gran parte è frutto di scelte politiche, economiche, militari, ambientali e culturali volte alla sopraffazione e all’accumulazione di profitto da parte di pochi, avverto il bisogno di una visione di insieme.

Occorre a mio avviso offrire, a chi auspica un cambiamento radicale, la costruzione di un ragionamento plurale, capace di racchiudere un arco enorme di suggestioni e di saperi, e di saperli proporre come strumento di elaborazione e di speranza concreta. Colgo nel manifesto di adesione non solo la necessità di non arrendersi alla barbarie ma la certezza che esiste ancora la possibilità di invertire in maniera globale un percorso che altrimenti ci porterà verso il baratro. Operare insieme, nella diversità ma anche considerando la portata moltiplicatrice dei saperi, nostri e di chi vorrà seguirci, è certamente un’idea ambiziosa. Ma ne vale la pena.

Aggredire le cause strutturali dell’iniquità

Vittorio Agnoletto - Medico, già parlamentare europeo

C’è un legame fortissimo tra la Laudato si’ del giugno 2015 e il Terzo incontro dei Movimenti Popolari organizzato in Vaticano nel novembre 2016: il futuro e la conservazione del pianeta saranno possibili solo con un diverso modello di sviluppo, scrive Francesco nell’enciclica, ma «finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri […] aggredendo le cause strutturali dell’iniquità, non si risolveranno i problemi del mondo», afferma nell’incontro con i movimenti, che esorta a «continuare ad aprire strade e a lottare». Un appello, questo, che si intreccia con le diverse storie di ciascuno di noi e che ci sollecita ancor più verso un impegno condiviso per il Bene Comune.

Liberare gli animali da ogni oppressione è giustizia sociale

Gianluca Felicetti - Presidente Lav

Che l’enciclica di papa Francesco diventi l’onda che, dal cuore della terra, si espanda ad abbracciare “il creato tutto”, muovendo gli umani verso l’urgente consapevolezza di convertirsi ad una nuova responsabilità ecologica e sociale. In tempi di drammatici cambiamenti climatici, ci consegna intanto la speranza che l’antico impegno di tanti, tra cui Alexander Langer, convinti che «la Terra ci è lasciata in prestito dai nostri figli», abbia trovato nuove, più autorevoli e planetarie radici.

La giustizia ecologica per un nuovo paradigma di civiltà

Giuseppe De Marzo - Responsabili politiche sociali di Libera

Il 24 maggio è stato il giorno di “sovrasfruttamento” della Terra. Vuol dire che l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di produrre, organizzare e rigenerare durante l’anno. Abbiamo finito in anticipo la disponibilità annua di risorse. Il fatto che in molti in Occidente non comprendano cosa questo voglia dire e quanto sia grave, fotografa il disastro culturale, umanitario e ambientale prodotto da decenni di politiche neoliberiste e la sterilità delle attuali proposte in campo contro la crisi. Che succede se già al 24 maggio abbiamo sfruttato le risorse e i servizi ambientali gratuiti che la Terra ci mette a disposizione? Succede che dal 25 maggio sino al 31 dicembre aumenteranno le ingiustizie sociali e ambientali, cresceranno disuguaglianze e povertà, verrà persa quella fondamentale biodiversità in grado di garantire la riproducibilità della vita, umana e non. Anche quest’anno, sempre prima, e sempre peggio.

Il modello neoliberista ha iniziato a contrarre il suo deficit ecologico già negli anni ’70. Da quel momento viviamo un costante peggioramento delle condizioni ambientali e sociali del pianeta a causa di un modello produttivo e industriale ancora fondato sullo sfruttamento illimitato delle risorse, sull’idea della crescita economica infinita e sulla necessità di creare eserciti di mano d’opera di riserva attraverso forme di precarizzazione e sfruttamento del lavoro.

Questo teorizza il sistema neoliberista.

Mai come oggi è necessario e urgente cambiare radicalmente rotta, vista l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che è inadeguato a rispondere alle domande forti legate alla stessa sopravvivenza dell’uomo sul pianeta. La giustizia ambientale è la precondizione per la giustizia sociale. É questa la prima risposta. Ma non basta, nonostante di per sé renda obsolete tutte le visioni classiche e neoclassiche dell’economia.

Abbiamo capito e compreso come, per fare giustizia, dobbiamo allo stesso tempo rispondere alla richiesta di giustizia che ci arriva dalla natura non umana, essendo questa che garantisce la riproduzione della vita e l’accesso alle risorse necessarie allo sviluppo umano.

La giustizia ecologica diventa l’architrave su cui costruire un nuovo paradigma di civiltà, ripensa il modello produttivo e di sviluppo in funzione della capacità di garantire la continuità della comunità biotica. Il riconoscimento dei Diritti della Natura come precondizione per garantire e soddisfare i Diritti Umani. Il passaggio dal dominus al frater, non per scelta di fede ma perché finalmente si riconoscono la “relazionalità”, la “reciprocità”, la “corrispondenza”, la “complementarietà” tra ogni essere senziente e non sul pianeta.

Il Buen Vivir promuove dunque una vita in armonia con la Natura, di cui l’essere umano e la sua comunità sono parte, e non il centro. Passiamo così dall’antropocentrismo radicale praticato dal modello neoliberista, la cui crisi si deve proprio alla visione meccanicistica e al rifiuto dei limiti imposti dal pianeta e dal suo metabolismo sociale, ad un’idea della giustizia fondata sul riconoscimento del diritto della vita alla vita. Un passaggio rivoluzionario: la liberazione dell’uomo e della donna è legata alla liberazione di Madre Terra.

Tra quanti si rivedono nella visione legata al Buon Vivere – costruito attraverso decenni di lotte e di conflitti praticati innanzitutto dalle nuove soggettività politiche nate in risposta all’assenza di visioni all’altezza della sfida – e quanto teorizzato da papa Francesco nella Laudato Si’, vi è una naturale e armoniosa continuità di intenti e di visioni. La consapevolezza dell’insostenibilità del modello neoliberista e la necessità di ricostruire un’etica della giustizia fondata sul diritto della vita alla vita li mettono sullo stesso piano. C’è dunque un campo ampio da poter costruire. Un’alleanza della vita per la vita.

La proposta di una spiritualità ecologica

Padre Guidalberto Bormolini - Centro Studi Cristiani Vegetariani per l’ecologia spiritualer

Come Centro studi ecumenico vorremmo evidenziare due aspetti raramente messi in luce con il rilievo che spetta loro. Il primo riguarda una peculiarità speciale dell’enciclica: lo stile collegiale e di dialogo. Raramente in un’enciclica si trova così “collegialmente coinvolta” la Chiesa cattolica. Numerosi sono i riferimenti a documenti di vari episcopati dai vari continenti del mondo. Ma oltre a questo, ci sono due voci che aprono l’enciclica ad una prospettiva di dialogo totale, introducendo un elemento assolutamente nuovo nella prassi magisteriale della Chiesa: la citazione di testi del Patriarca ortodosso Bartholomeos e di un mistico sufi (quindi di religione islamica) definito un «Maestro spirituale» (§ 233 n.159).

Il secondo riguarda il modo speciale in cui sono uniti spiritualità e impegno sociale attraverso la proposta di una spiritualità ecologica. E qui, a nostro avviso, si trova uno dei temi più rilevanti dell’enciclica. Molti dei richiami di questo documento sono ben noti al grande pubblico. Molti degli appelli sono già patrimonio di parte della comunità scientifica e di molti movimenti politici e di opinione. Qualcuno potrebbe pensare che la novità sia tutta nel tono deciso di una presa di posizione ecologica da parte della Chiesa, ma non nuova in sé. Anche l’invito ad uno stile di vita personale più rispettoso della natura, per quanto possa suonare nuovo in seno alla Chiesa, è già patrimonio di tante realtà.

Quindi tra i contenuti più significativi ascriveremmo proprio il capitolo verso cui tutto converge, la specificità, l’aggiunta cristiana a quanto già c’è di buono nei grandi movimenti ecologisti. Nella prima predicazione cristiana, in tanti casi si è battezzato tutto quello che c’era di buono nelle tradizioni precedenti, nella convinzione che lo Spirito Santo vi aveva già seminato dei semi di Verità, portando l’aggiunta dei Sacramenti. La stessa operazione è compiuta oggi con la lettera del Papa, proponendo l’aggiunta sacramentale a tutto quanto c’era già di buono nel movimento ecologista, nonviolento, per la giustizia tra i popoli.

È sempre più urgente unire un forte impegno interiore e spirituale ad un altrettanto forte impegno sociale. L’enciclica sembra ricomporre armoniosamente due anime della cristianità talvolta in opposizione: ascesi e vita di preghiera con impegno politico per trasformare la società e annunciare il Regno. Compiti che possono esser anche assolti da persone diverse attraverso vocazioni diverse, ma collegate in un unico ideale e in un’unica Comunità di credenti.

Per una rivoluzione spirituale e relazionale

Roberta Radich - Dirigente Liceo scientifico A.Volta di Milano

Sono profondamente convinta che il cambiamento passi per una rivoluzione etica e spirituale delle coscienze personali e collettive e, pur non essendo cattolica, penso che l’enciclica di papa Bergoglio dia voce a questo bisogno e a questa necessità. Da sinistra si è sempre invocato il cambiamento economico, sociale e politico, e dal mondo cattolico il cambiamento individuale. Né l’uno, né l’altro: solo una visione sistemica e globale dell’uomo inserito nel suo contesto ambientale e sociale può favorire un concreto cambiamento dell’approccio al Pianeta, alle relazioni tra gli uomini e tra gli uomini, gli animali e l’ambiente.

Solo una nuova concezione della politica che sottenda una rivoluzione spirituale e relazionale può produrre un cambiamento all’altezza dell’immane sfida ambientale, economica e politica che abbiamo davanti a noi.

Una luce di speranza e una possibilità di riscatto

Domenico Squillace - Dirigente Liceo scientifico A.Volta di Milano

Aderisco con convinzione all’associazione Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, apprezzandone molto l’iniziativa; guardo ad essa con interesse, con speranza, e, nel mio piccolo, mi piacerebbe contribuire per quel che posso.

Viviamo tempi complessi, bui, in un mondo in cui si va sempre più accentuando la polarizzazione tra chi ha molto, o moltissimo, e chi ha poco o nulla; in un mondo in cui le merci hanno più diritti delle persone, in un mondo in cui la giustizia sociale sta regredendo a livelli precedenti al XX secolo, in una sorta di mondo capovolto che prima o poi bisognerà provare a raddrizzare.

Le vicende politiche più recenti, quelle nazionali come quelle internazionali, inducono al pessimismo, per questo motivo è benvenuta ogni iniziativa che metta in campo l’ottimismo che può derivare solo dall’impegno rivolto al cambiamento verso un mondo ed una società più giusti, più equi. Aderisco da non credente che non ha difficoltà a riconoscere nelle parole di papa Francesco una luce di speranza e una possibile via di riscatto.

Diventare artigiani di pace

Massimo Robol  - Padre superiore Comunità comboniana di Venegono Superiore

Elio pagani  - Obiettore Aermacchi, Forum Contro la Guerra

L’iniziativa per la tutela del creato nell’ambito di un’ecologia globale, come suggerito da papa Francesco nella Laudato si’, non può non avere come uno dei perni centrali il disarmo anche convenzionale, oltre che quello nucleare.

Ogni giorno sui diversi teatri bellici aperti si toccano con mano i devastanti effetti delle guerre condotte con mezzi convenzionali su costrutti umani, natura, patrimonio culturale e umano, legami di solidarietà e di civiltà e sui civili, spesso donne e bambini. Le spese militari mondiali hanno raggiunto un nuovo record storico: circa 1740 miliardi di dollari nel 2017, rappresentando di per sé un enorme spreco energetico e di produzione di CO2 (il solo Pentagono produce il cinque per cento delle emissioni globali). Papa Francesco, anche nel suo recente messaggio in occasione della 50ͣ Giornata mondiale della Pace (1° gennaio 2017), denunciando la nuova «terribile Guerra mondiale a pezzi» ne denuncia, tra l’altro, l’impatto devastante sull’ambiente, esortando tutti ad abbandonare la guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali e invitando invece ad abbracciare la Nonviolenza come stile di una Politica di Pace.

Agire per la cura dell’ambiente significa dunque agire contro le cause della guerra, spesso annidate nell’atteggiamento predatorio delle potenze militari, ma anche contro le concezioni militari che si sono imposte da oltre 25 anni e che riammettono la guerra come “strumento per costruire la pace”. Le “missioni militari di pace”, la “guerra preventiva”, la “guerra infinita”, la guerra per “esportare la democrazia”, la “guerra umanitaria”, la “guerra contro il terrorismo” ne sono le varianti. Queste concezioni vanno respinte poiché esse informano e giustificano l’acquisizione e il commercio di nuovi strumenti di morte.

In Italia questa concezione strategica è stata introdotta dal Nuovo Modello di Difesa presentato dai vertici militari in Parlamento nel 1991. Non messo ai voti ma implementato via via in diverse leggi, prevede la difesa armata degli interessi italiani ovunque nel mondo vengano messi in discussione, in piena violazione dell’art.11 della Costituzione. Esso, informando la politica estera e di difesa, spinge verso l’acquisizione di sistemi d’attacco e di proiezione a lungo raggio, mortifica la corretta applicazione di leggi per la limitazione della esportazione di armi (L.185/’90), asseconda le politiche espansive e aggressive della NATO, praticate già in violazione dell’art.5 del suo Statuto. Occorre sostituire questo modello con un modello di difesa non aggressivo, verso l’obiettivo di una difesa non armata e nonviolenta. Ancora papa Francesco suggerisce di praticare la nonviolenza attiva e creativa: per avere a cuore la sorte del pianeta dobbiamo essere “artigiani di Pace”.

Convertirsi ad una nuova responsabilità ecologica e social

Edvige Ricci - Presidente Le Majellane, Fondazione Langer

Che l’enciclica di papa Francesco diventi l’onda che, dal cuore della terra, si espanda ad abbracciare “il creato tutto”, muovendo gli umani verso l’urgente consapevolezza di convertirsi ad una nuova responsabilità ecologica e sociale. In tempi di drammatici cambiamenti climatici, ci consegna intanto la speranza che l’antico impegno di tanti, tra cui Alexander Langer, convinti che «la Terra ci è lasciata in prestito dai nostri figli», abbia trovato nuove, più autorevoli e planetarie radici.