Locandina

CLIMA

ANGELO CONSOLO (direttore dell’Ufficio europeo di Jeremy Rifkin).

Subito dopo l’uscita dell’Enciclica Laudato Si’ Jeremy Rifkin rilasciò una intervista nella quale appoggiava incondizionatamente l’analisi e le soluzioni di Papa Francesco identificando nella “nuova ecologia integrale” proposta dall’Enciclica gli estremi di quel “Commons collaborativo” da lui auspicato, in cui la biosfera (o “il Creato” nella terminologia Francescana), non vengano più considerati come giacimenti di risorse da sfruttare selvaggiamente per l’ingordigia dell’uomo e la sua sete di profitto ma come un patrimonio da preservare per le future generazioni.[1]

L’Enciclica prende atto con grande coraggio ed estrema lucidità che la catastrofe ambientale   del modello di sviluppo legato allo sfruttamento delle energie fossili, è solo la diretta conseguenza dell’applicazione acritica e spietata della logica del profitto estremo e della soddisfazione degli appetiti più ingordi di pochi esseri umani, mentre cresce a livello globale una nuova consapevolezza che un diverso modo di svuluppo basato sull’energia solare è non solo possibile, ma anche l’unica speranza di sopravvivenza della specie umana sul pianeta.

Anche a livello europeo abbiamo da un lato i difensori dell’ambiente e di politiche di sostenibilità sociale, ambientale e anche economica e dall’altro i sostenitori dell’establishment economico finanziario fossile, della deriva Europea da grande spazio transnazionale di libertà e opportunità per tutti i cittadini, in cane da guardia della stabilità finanziaria per le lobby fossili e economiche dominanti.

Un ruolo che ha generato un diffuso risentimento anti europeo, oggi canalizzato in vari movimenti cosiddetti “sovranisti”, ma che nulla hanno a che fare con il concetto di Sovranità sancito dai trattati europei e da molte Costituzioni fra cui quella Italiana. E’ venuto dunque il momento di fare chiarezza e spazzare il campo da false interpretazioni ed usurpazioni semantiche che hanno caratterizzato il dibattito in Europa (ma non solo in Europa) negli ultimi anni, generando una gran confusione concettuale e ideologica che copre come una fitta coltre di nebbia le reali responsabilità della crisi europea e mondiale. Una crisi che in realtà comincia molto lontano, perché è la crisi del modello capitalistico basato sulla finanza speculativa transnazionale emersa per permettere lo sfruttamento globale delle fonti fossili ad altissima intensità finanziaria e a bassissima intensità occupazionale, un modello di cui l’attuale Presidente USA Donald Trump è la massima espressione sia sul piano americano che sul piano globale.

 

LA CRISI DEFINITIVA DEL MODELLO CAPITALISTA FOSSILE E DELLA LOGICA DEL PROFITTO ESTREMO.

La crisi del Modello/Trump, non è una crisi passeggera o contingente ma una crisi strutturale e definitiva. L’altissima intensità di capitali richiesta per lo sfruttamento delle fonti fossili, con conseguente dispiegamento di forze militari per il controllo delle aree di approvvigionamento, ha creato una élite finanziaria mondiale che domina la scena globale in modo quasi totalmente incontrastato fin da quel 1989 quando cadde il muro di Berlino. Alla altissima intensità finanziaria del modello economico basato sui fossili ha fatto riscontro, come logica conseguenza, una bassissima intensità occupazionale. Se il lavoro lo fa la macchina e non più l’uomo, è logico che nel sistema economico il lavoro dell’uomo perda di importanza mentre ne acquisisca il grande capitale finanziario che permette di installare le macchine. Questo ha determinato una concentrazione di potere in pochissime mani e la prevalenza di logiche economiche ispirate al profitto estremo, in remunerazione del capitale, e non del lavoro dell’uomo, ridotto a variabile puramente finanziaria e dunque spendibile e comprimibile. Ecco perché per esempio, nella valutazione degli indici di salute di un’impresa, l’assunzione di nuova forza lavoro è passata da indice positivo (perché indicativa di uno stato di salute dell’azienda) a indice negativo, perché indicativo di una assunzione di nuovi impegni finanziari periodici in capo all’impresa. Il lavoro visto esclusivamente come “costo” e non più come “valore” per l’economia.

Questa logica del profitto estremo ha portato benefici a poche grandi multinazionali fossili, industriali, chimiche, siderurgiche, a detrimento della quasi totalità del resto dell’umanità, ma così facendo ha praticamente distrutto il presupposto del mercato capitalista, ossia il potere d’acquisto di larghe masse di consumatori salariati accomodati ai margine dei processi produttivi e remunerati con le briciole dei proventi stratosferici del mercato globale.

 

L’AFFERMAZIONE DELL’ULTRALIBERISMO ECONOMICO

Questo modello comincia ad entrare in crisi già negli anni ottanta, con il prevalere dell’ultraliberismo ideologico guidato da Reagan e Thatcher. Il capitalismo poteva anche scegliere una via più umana (ad esempio quella indicata da Adriano Olivetti che diceva che “la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti ma deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”) basata sulla valorizzazione del fattore umano rispetto alla remunerazione esclusiva del capitale finanziario.

Intendiamoci, questo non ne avrebbe evitato l’inevitabile collasso finale ma avrebbe certamente rallentato il suo declino.

Invece, prevalse il modello ispirato alle teorie della scuola di Chicago di Milton Friedman basato fondamentalmente su 4 principi:

 

1) Marginalizzazione del fattore umano nei processi produttivi (e decisionali) grazie allo sviluppo delle tecnologie fossili in grado di sostituire il lavoro umano con le macchine, per una economia ad altissima intensità finanziaria e bassissima intensità occupazionale nella quale l’essere umano perde di centralità mentre ne acquista la macchina e il capitale finanziario che ne permette l’acquisto.

 

2) Sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, per minimizzare i costi cosiddetti “esterni” dei processi energetici e industriali, con devastante impatto ambientale sociale e climatico. Questo vale sia per l’Occidente industrializzato che nei rapporti fra Occidente e Paesi in via di Sviluppo, relegati al ruolo riserva di materie prime per le multinazionali occidentali (e ultimamente anche cinesi)

 

3) Trasnazionalità: non ci sono stati capitalisti e stati “socialisti”, non ci sono Paesi virtuosi e paesi “fannulloni”: ci sono solo capitalismo dominante e classi dominate.

 

4) Controllo “militare” dei mass media per evitare la presa di coscienza collettiva e il dissenso organizzato e l’aspirazione del popolo alla sua sovranità.

 

EVOLUZIONE STORICA DEL CAPITALISMO

Il capitalismo nasce come reazione all’economia feudale sviluppatasi nel Vecchio Continente, in cui la proprietà e lo sfruttamento dei beni erano appannaggio di una casta che decideva l’accesso del resto delle persone a suo esclusivo arbitrio. In seguito alla scoperta del Nuovo Continente, il mito della nuova frontiera e della “Land of opportunities”, contribuiscono a liberare l’uomo dalla mentalità feudale e dal signoraggio. [2]

Ma quello che si presentò inizialmente come una nuova opportunità per l’ingegno umano indipendentemente dal censo, si trasformò rapidamente in una nuova e più pericolosa forma di signoraggio affermatasi grazie a fatti storici ormai unanimemente e pacificamente considerati veri e propri crimini contro l’umanità quali:

– il genocidio dei nativi americani,

– lo sfruttamento schiavistico per secoli di centinaia di milioni di cittadini africani,

– il saccheggio coloniale delle risorse naturali dei paesi africani e del terzo mondo che è arrivato al genocidio (vedi Congo e Ruanda), ed è ancora massicciamente praticato anche dai cinesi nel nuovo formato del “land grabbing.

-la sistematica eliminazione fisica dei leader africani (ma anche non africani) che rivendicavano il protagonismo dell’Africa nello sfruttamento delle loro risorse, da Patrice Lumumba in Congo a Thomas Sankara in Burkina Faso, da Ken Saro Wiva in Nigeria a Gheddafi in Nord Africa. Questi fatti storici, vanno peraltro attentamente considerati nella valutazione dell’attuale situazione migratoria, perché è ad essi che si deve far risalire la situazione di miseria che ha messo in ginocchio le economie africane da cui fuggono i cosiddetti migranti “economici”, la cui sofferenza va considerata responsabilità storica delle economie occidentali al pari di quella dovuta a guerre e conflitti, nonché al cambiamento climatico.

Va precisato che il crepuscolo del modello economico centralizzato e verticistico del capitalismo fossile neoliberista non ha coinciso con l’ascesa del concorrente (o almeno apparentemente concorrente) del socialismo reale che anzi si è suicidato in una implosione incontenibile e non è riuscito a capitalizzare la crisi dell’altro estremo del mondo bipolare post bellico. La crisi del socialismo reale in realtà potrebbe essere vista come l’altra faccia di quella del capitalismo neoliberista: entrambi i modelli economici hanno messo il profitto ottenuto a discapito dell’ambiente e del benessere dei cittadini al centro e nei paesi di economia pianificata, i mali del neoliberismo si sono manifestati in modo spesso anche più virulento che nei paesi occidentali. Basti pensare alla tragedia di Chernobil o all’ascesa irresistibile di nuove oligarchie altrettanto fossili di quelle precedenti quali quelle di Putin in Russia. La tanto decantata Terza Via che a un certo punto ha tentato di dare una risposta alla crisi di entrambi gli estremi del bipolarismo post bellico in realtà si è risolta in una bolla di sapone incolore e inodore, e ha distrutto nel ridicolo e nell’infamia personaggi che hanno milioni di morti sulla coscienza come Bill Clinton, Tony Blair e tutta la genìa di “leaderucci” europei venduti alla logica del capitalismo fossile finanziario, da Mitterand a Schroeder, a Felipe Gonzales, a Massimo D’Alema. In questo senso si può dire che la fine del bipolarismo e la crisi contemporanea e reciproca di Capitalismo fossile e Socialismo reale abbiano favorito l’emergere di un mondo monopolare dominato dalle multinazionali occidentali, russe cinesi e arabe, a discapito dei propri cittadini, favorite dalle strategie delle Ur-Lodges massoniche conservatrici che lavorano ad una restaurazione neoristocratica e oligarchica, il cui scopo è

“invertire il corso della storia, trasformando coloro che erano cittadini in neosudditi e schiavizzando sempre di più quelli che sudditi erano sempre rimasti. Aumentare a dismisura il proprio potere materiale mediante colossali speculazioni ai danni di popoli e nazioni. Assurgere essi stessi, nell’incomprensione generale di quanto va accadendo, alla gloria di una nuova aristocrazia iniziatico-spirituale dell’era globalizzata[3].

 

LA CRISI ATTUALE DEL CAPITALISMO FOSSILE FINANZIARIO

Il capitalismo attuale basato sui combustibili fossili e la loro altissima intensità di capitali, si è storicamente dimostrato capace di generare ricchezza solo a condizione di poter calpestare il lavoro e il fattore umano e violare sistematicamente diritti sociali, ambientali e umani, (fino ad arrivare come abbiamo visto, all’assassinio politico giustificato in vari modi fantasiosi).

L’attuale modello economico concentra ricchezza nelle mani di pochissimi gruppi e manager e impoverisce masse sempre crescenti di diseredati al di qua come al di là del Mediterraneo. Alcuni dati ricordati dall’economista napoletano Emiliano Brancaccio sono particolarmente significativi di cosa possa succedere quando la logica del profitto corporate e personale prenda il sopravvento come unica leva dell’agire economico[4]: il rapporto fra il salario manageriale e quello dell’operaio nella FIAT di Valletta era di 1 a 3 (ossia il salario di Valletta era di tre volte superiore a quello medio dell’operaio della “sua” Fiat). Il rapporto fra il salario manageriale di Marchionne e il salario medio dell’operaio della Fiat attuale è di 1 a 66.000 (sessantaseimila!!!). Si è progressivamente delineato uno nuovo quadro di relazioni industriali basato sulla più sfacciata utilizzazione della competizione al ribasso dei diritti e al rialzo dei profitti in un nuovo inedito ma oggi prevalente ferocissimo darwinismo sociale.

Portando alle estreme conseguenze questa evoluzione si arriva all’attuale modello economico produttivo “jobless” che se da un lato risponde alla esigenza (fondamentale per le élites dominanti) di eliminare la manodopera dal processo produttivo tagliandone il relativo costo economico e sociale grazie all’automazione, dall’altro però mina alla base i fondamenti del mercato capitalistico perché elimina le masse di consumatori dotate del potere d’acquisto necessario a procurarsi i beni e servizi prodotti, e quindi distrugge la base stessa del mercato dell’economia liberale.

Fino a prova contraria, come dice Rifkin, le macchine non fanno la spesa al supermercato…

Il Capitalismo dunque, al pari di un mostro mitologico, mangia se stesso per eccesso di voracità e entra definitivamente in crisi lasciando un mondo in preda a una crisi climatica, sociale, ambientale ed economica senza precedenti nella storia. Abbiamo dunque una percentuale irrisoria della popolazione mondiale che sta distruggendo le probabilità di sopravvivenza per il resto dell’Umanità. Ecco il contesto generale all’interno del quale va letta l’attuale crisi italiana ed Europea.

 

IL CONTROLLO TOTALE DEI MEDIA

Tutto questo però non potrebbe essere possibile se la massa di miliardi di persone danneggiate da questo modello, avesse la percezione esatta del problema.

Per scongiurare questo pericolo le élites finanziarie e fossili mondiali praticano un vero e proprio controllo militare delle fonti di informazione, fino a avvelenarle con vere e proprie “fake news” (storica quella della provetta esibita da Colin Powell alle Nazioni Unite nel 2003 nel suo discorso per giustificare l’invasione in Irak con il pretesto che Saddam fosse in possesso di armi di distruzioni di massa poi rivelatasi un clamoroso falso).

I grandi media sono tutti condizionati da proprietà appartenenti alle grandi élites, anche i media indipendenti o di proprietà pubblica che hanno bisogno di finanziamenti e pubblicità per sopravvivere. Il problema dell’indipendenza dei mezzi di informazione non può dunque essere eluso specialmente in un Paese che, come il nostro, ha affidato le proprie sorti per 20 anni (e ancora le affida) a personaggi in totale conflitto di interessi come De Benedetti, e (SOPRATTUTTO) Silvio Berlusconi, monopolista dell’informazione privata tuttora determinante nell’elezione dei vertici Rai, e presente con una forte minoranza di blocco nei processi decisionali della politica nazionale.

Allo scopo di evitare il formarsi di una coscienza sociale e politica contro questo modello economico criminale, i media vengono direzionati su false flags e questioni che rappresentano una vera e propria distrazione di massa, facenti leva sulle ancestrali paure popolari quali la paura del diverso, la paura della miseria, la paura della povertà, la paura delle invasioni straniere. Tutte problematiche che riscontriamo in modo ossessivo nelle cronache dei media attuali, guarda caso proprietà dei … soliti noti.

 

IL RUOLO DELL’EUROPA

E qui veniamo a un nodo centrale: il ruolo dell’Europa nel 2019.

Recita un fortunato slogan di Yanis Varoufakis, “Bisogna stare in Europa per essere CONTRO questa Europa”.

In effetti, la Comunità Economica Europea (CEE) poi evolutasi in Unione Europea, e dopo la caduta del muro di Berlino allargatasi ai paesi dell’ex blocco sovietico, nasce come grande spazio di libertà, prosperità e condivisione di diritti, dopo la tragedia delle due guerre mondiali del secolo scorso sulle ali di un sogno delineato da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, e ripreso in modo parziale e frammentario nei trattati di Roma del 1957.

L’UE oggi soffre oggi di una spaventosa crisi di identità che non può essere sottaciuta nell’anno delle elezioni europee.

Nel quasi ventennio fra i 1985 e il 2003, l’Europa ha rappresentato una speranza per milioni di giovani che l’hanno conosciuta grazie al programma Erasmus, e alle politiche progressive di un grande Presidente come Jacques Delors che affermava “L’Europe sera sociale ou ne sera pas” (=L’Europa sarà sociale o non sarà). Con questo, Delors intendeva sottolineare il concetto di sovranità europea, nel senso “spinelliano” di sovranità dei suoi cittadini, che nelle politiche di Delors rimanevano gli arbitri ultimi e i principali destinatari delle politiche europee comuni.

In quegli anni l’Europa ha sviluppato una sensibilità all’avanguardia mondiale per l’ambiente (direttive rifiuti e energia) standard di protezione sociale (salario minimo, espansione dei diritti) e valori umani.

Anche l’Unione Monetaria nello spirito di Delors era il completamento di una Unione dei diritti e delle politiche e economiche e sociali convergenti. Purtroppo quel processo che aveva toccato l’apice con la Convenzione Europea (insediata con la Dichiarazione di Laeken del 2001 e presieduta da Valery Giscard D’Estaing nel 2002), ha sofferto una imprevista battuta d’arresto dovuta al referendum francese (e poi quello olandese) che hanno bocciato la Costituzione Europea così come era scaturita dalla Convenzione.

L’Unione Monetaria è rimasta conseguentemente l’unica politica europea effettivamente implementata per molti anni, per poi degenerare in quelle inefficaci politiche di austerità con i loro parametri astratti a garanzia di una stabilità puramente finanziaria ed aritmetica, che Yannis Varoufakis definisce a ragione criminali e incompetenti.

Infatti le politiche della cosiddetta austerità hanno violato e contraddetto i principi fondamentali sui quali era nata l’Europa negli anni 50 e sui cui si era sviluppata nei decenni successivi (specialmente, ripetiamolo) sotto Jacques Delors.

Ma tali politiche di austerità della cosiddetta troika, hanno contraddetto anche se stesse (è sempre Varoufakis a ricordarlo). Infatti, i parametri di stabilità decisi a tavolino da oscuri funzionari secondo cui il rapporto fra debito e PIL non deve superare il 60% e quello fra deficit annuale e PIL il 3%, potevano essere perseguiti sia agendo sulla diminuzione del numeratore (il debito), che sull’aumento del Denominatore (PIL). Ma siccome la troika decise di imporre una applicazione totemica della riduzione del debito, privilegiando ideologicamente i tagli agli investimenti, questo determinò un crollo del PIL più che proporzionale rispetto alla riduzione del debito [5].

Risultato: In Italia il rapporto debito PIL che era al 90% nel 2007, oggi è al 132%. In Grecia prima della cura della Troika il rapporto era al 110%. Dopo la cura è al 184%.

Ma perché tutta questa insistenza sui tagli anziché sugli investimenti e la crescita? E’ ovvio: per costringere i paesi indebitati a “dismettere”. Il vero obiettivo della finanza internazionale non è la stabilità della Grecia (o dell’Italia) ma l’acquisto a prezzi di saldo del loro patrimonio pubblico e privato, autostrade, ferrovie, aeroporti, Poste, banche, isole, alberghi, infrastrutture, aziende e quant’altro.

 

IL PARADOSSO DI QUEST’EUROPA SCHIZOIDE

Possiamo dunque affermare che l’Europa ha giocato la partita dalla parte dei “cravattari” per spogliare i paesi debitori e quindi il giudizio su questa Europa non può che essere negativo.

Questa Europa ha determinato l’esplodere di “sovranismi” localistici anti europei, che nella loro contrapposizione alla “Europa dei burocrati” sostengono il ritorno a perdute e illusorie “sovranità nazionali” che, come ricordano Spinelli, Rossi e Colorno nel Manifesto di Ventotene, sono stati la principale causa scatenante dei nazionalismi e degli egoismi che hanno provocato la catastrofe bellica e la morte di milioni di esseri umani. Ma attenzione, in questa contrapposizione fra Europeismo acritico anti sovranista e Anti europeismo nazional-sovranista nessuno mette in discussione il modello economico che alimenta il disagio sociale. Ascoltate bene i discorsi di una Le Pen, di un Salvini, di un Orban. Mai sentirete pronunciare una denuncia del modello capitalista iperfinanziarizzato che condiziona le scelte nazionali e le strategie geopolitiche sul piano energetico e alimentare. Sentirete forse parlare di “sovranità monetaria” per abbattere il totem-euro, ma mai di sovranità alimentare o energetica per le comunità locali, che pure ai sovranisti dovrebbero stare molto a cuore. Nessun sovranista vuole davvero disturbare il “manovratore” e dunque incidere sulle cause reali della crisi europea, che sono profondamente intrecciate con quella crisi del capitalismo di cui parlavo all’inizio. I sovranisti denunciano gli effetti delle politiche disastrose dell’UE, ma si guardano bene dall’indicarne le cause.

Paradossalmente, chi indica tali cause e propone soluzioni efficaci per far fronte alla crisi ambientale, climatica, territoriale e sociale è quella stessa UE che si è resa protagonista del crimine dell’austerità. Assistiamo così ad una specie di schizofrenia europea nella quale da un lato si idolatra la stabilità finanziaria riducendo sul lastrico milioni di persone e impoverendo la classe media europea, costringendo alla svendita a terzi privati dei beni comuni gli stati “indebitati”, e dall’altra c’è l’Europa della Economia Circolare, della Sharing Economy, della sostenibilità ambientale e della decarbonizzazione del modello energetico.

 

 

IL GREEN NEW DEAL

E qui bisogna capire una volta per tutte che le divisioni non sono nazionali ma sociali e ideologiche. Cioè non si tratta di dividersi fra greci spendaccioni e tedeschi moralisti. Non ci sono italiani contro olandesi, o spagnoli contro austriaci. In ogni Paese ci sono movimenti e partiti che sostengono questa Europa indifendibile, e anche movimenti e partiti che hanno scelto un modo nuovo (che poi è quello originario di Spinelli) di vedere l’Europa come un grande spazio di libertà per i popoli e per i cittadini. E ancorchè minoritari, questi movimenti sono presenti in tutti i paesi europei.

Ad esempio in Germania non c’è solo la visione punitiva e speculativa di Hans Wiedeman e Wolfgang Schauble, ma ci sono anche i Verdi di Katharina Schulze, Die Linke, di Grygory Gisy e Sarah Wagenknecht che denunciano l’Europa della finanza, e tanti altri movimenti che sono non contro l’Europa ma contro questa Europa.

Questo cambiamento necessario delle strategie europee che il Movimento Federalista Europeo ha proposto in modo lungimirante con una ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) efficacemente intitolata “Green New Deal”, è già incominciato nelle strategie europee che sono molto più avanzate di quelle di tutti gli altri Paesi su scala globale. Le otto direttive del Clean Energy Package, appena approvato a dicembre scorso (e che adesso devono essere oggetto di un processo di trasposizione nelle legislazioni nazionali) ad esempio prevedono la decarbonizazione entro il 2050 di tutti i processi produttivi in Europa, l’introduzione di nuovi modelli distribuiti di produzione energetica, il riconoscimento della figura del “prosumer” su scala europea e delle comunità dell’energia composte da cittadini, e favoriscono processi redistributivi della ricchezza, dell’energia e del potere politico, un processo che perciò, Rifkin sintetizza efficacemente nello slogan “POWER TO THE PEOPLE”. Nelle strategie europee c’è perfino una inedita lotta alla povertà energetica.

 

Il Green New Deal è già incominciato. Ma esso deve essere messo a regime e portato alla velocità superiore perché i ritorni di fiamma delle potentissime lobby petrolifere sono sempre possibili e anche probabili sia su scala europea che (soprattutto) su scala nazionale. Bisogna cioè mettere a regime un nuovo modello di finanziamento delle infrastrutture a livello europeo, che penalizzi quelle fossili e favorisca in tutti i modi gli investimenti in quelle della Terza Rivoluzione Industriale (il che, sia detto tra parentesi, è esattamente quello che ha fatto la Merkel in Germania e quello che non ha fatto Renzi in Italia con decreti come il Jobs Act e lo “Sblocca Italia”).

 

La spesa annuale su scala dell’Europa a 28 per le infrastrutture energetiche ammonta alla astronomica cifra di 750 miliardi di euro. Per questo i sostenitori del Green New Deal propongono che almeno 500 miliardi vengano ri-orientati ogni anno verso investimenti infrastrutturali sostenibili e non più verso quelli fossili. Il Green New Deal ha già fatto breccia nelle politiche del Partito Democratico americano deve è diventato la strategia centrale in vista delle prossime presidenziali[6].

 

Anche in Europa, cominciano a diventare sempre più evidenti le connessioni fra questo programma di investimenti verdi, e quella democratizzazione dell’Unione Europea che è l’unico modo che l’Europa ha per salvarsi da se stessa e risolvere la propria schizofrenia, determinata dalla coesistenza nei processi decisionali, di un’anima rispondente ai principi fondamentali dell’Unione, con un’altra anima che invece risponde alle esigenze e agli interessi delle lobby finanziarie, fossili e industriali.

Con il Green New Deal l’anima fossile viene denunciata, fatta uscire allo scoperto e neutralizzata. Ma perché questo ambizioso piano di riorientamento in senso sostenibile degli investimenti infrastrutturali trovi il suo adeguato spazio, è necessario cambiare la logica finanziaria e la stessa idea di stabilità economica dell’Europa. In altre parole la stabilità non va più valutata in rapporto al rientro di un Paese europeo entro determinati parametri astratti ed aritmetici decisi arbitrariamente e scollegati dalla vita dei cittadini, ma deve essere considerata con riferimento alla effettiva soddisfazione dei bisogni dei cittadini in termini di scolarizzazione, assistenza, qualità della vita, politiche sociali, qualità dell’ambiente, rapporti umani, sanità gratuita e accessibile etc. p

 

Per questo bisogna dunque capovolgere la logica del cosiddetto fiscal compact e convergere verso un insieme nuovo di criteri che potremmo definire il “Social Compact”.  

FISCAL COMPACT E SOCIAL COMPACT

Allo scopo di rientrare nei parametri del patto di stabilità per la zona euro, è stato firmato un nuovo trattato nel 2012, entrato in vigore lo scorso anno, che prevede il “rientro programmato per i paesi che sono fuori dai parametri. Questo trattato è il cosiddetto Fiscal Compact, che (senza andare per le lunghe) prevede una serie di passi vincolanti (fra cui l’inserimento del pareggio di bilancio fra i principi costituzionali cosa che l’Italia ha fatto alla quasi unanimità sotto Monti nel 2012, modificando l’art. 81 della Costituzione).

Adesso, però, dopo un decennio e più di follia ultraliberista, austerità autolesionista e imposizione totemica della logica suicida del debito, è venuto il momento di rivedere tali impegni alla luce di nuovi indicatori ispirati agli obiettivi del Manifesto di Ventotene menzionati prima (prosperità e benessere dei cittadini, qualità della vita e dell’ambiente, senso di Comunità grado di alfabetizzazione etc.) ma SOPRATTUTTO alla luce degli obiettivi socio economici ricavati dall’agenda 2030 dell’ONU con i suoi 17 sustainable development goals, incredibilmente sovrapponibili ai principi di Spinelli e compagni. Quali sono questi 17 obiettivi ONU per il 2030?

1) Eliminare la POVERTA’

2) Azzerare la FAME

3) Benessere e SALUTE generalizzati

4) ISTRUZIONE di alta qualità

5) Effettiva parità fra UOMINI E DONNE

6) ACQUA potabile e infrastutture sanitrie ovunque

7) ENERGIA pulita e accessibile

8) LAVORO dignitoso per tutti nella crescita generalizzata

9) INNOVAZIONE industriale e infrastrutturale

10) Riduzione DISUGUAGLIANZA

11) Città e comunità SOSTENIBILI

12) PRODUZIONE E CONSUMO Responsabili

13) Lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO

14) Protezione della vita animale nei MARI

15) Protezione della vita animale sulla TERRA

16) PACE GIUSTIZIA E Istituzioni solide

17) PARTNERSHIP GLOBALE per gli obiettivi

 

Tutte le azioni (e le relative spese) intese a perseguire questi obiettivi sono da considerarsi un unicum, una sorta di Social Compact, che deve avere la precedenza sui parametri puramente astratti e aritmetici del Fiscal Compact, elaborando un sistema di esenzioni e deroghe di tali spese dal computo relativo al rapporto fra deficit e PIL, che potranno essere applicate in via unilaterale o sulla base di appositi accordi di deroga tipo quello che è stato stipulato fra l’Europa e l’Italia per sottrarre al computo del rapporto deficit PIL le spese sostenute nel quadro degli interventi umanitari per il salvataggio e la cura dei migranti.

 

UN NUOVO RUOLO PER L’EUROPA: QUELLO DI SEMPRE.

In questo modo l’Europa riuscirà a risolvere la propria schizofrenia, riscoprendo la propria funzione “sovranizzante” e battendo tutti gli ipocriti sovranismi velleitari e gli egoismi nazionali. Infatti questi obiettivi mirano a restituire all’essere umano la sua sovranità.

In particolare la sovranità energetica, quella alimentare e quella economica.

Una boccata di aria pura dopo quasi 30 anni di follia ultraliberista, fossile, speculativa, che si è impadronita dell’economia reale, condizionando la politica a tutti i livelli.

Dal livello comunitario dove il sogno Spinelliano e Delorsiano di una Europa esportatrice di diritti, benessere e prosperità ha lasciato posto all’incubo del debito e della troika, fino al più piccolo comune immobilizzato da assurdi criteri finanziari che ignorano i diritti dei cittadini, i valori fondanti della Comunità Europea e, conseguentemente, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dettati dall’ONU con l’Agenda 2030.

Ma oggi grazie alle nuove politiche europee sulla sostenibilità, l’economia circolare, la sharing economy, gli standard sociali e retributivi minimi, e all’agenda 2030 dell’ONU diventa possibile per gli uomini di buona volontà ristabilire il giusto rapporto fra economia natura e esseri umani, mettendo fine alla una deriva devastante per la coesione sociale, lo spirito di uguaglianza e il benessere umano sociale e ambientale su scala mondiale. In altre parole, diventa possibile riportare la sovranità delle lobby e la finanza, ai cittadini. Un processo che trova la sua scala ottimale a livello europeo.

L’Italia e l’Europa possono e devono giocare un ruolo fondamentale in questo processo a partire da questo 2019 in cui è di scena il rinnovo del Parlamento Europeo, usando la campagna elettorale come palcoscenico per mettere in campo una nuova visione dell’Europa in campo economico (con il Social Compact) e un suo nuovo protagonismo internazionale per quanto riguarda le problematiche migratorie e la lotta alla povertà e al modello economico che la genera e alimenta da secoli.

 

MIGRAZIONI E MODELLI ECONOMICI.

Il problema dei flussi migratori ha cause molto antiche e complesse, e non può essere affrontato con soluzioni repressive che risultano semplicistiche e inefficaci. Si fugge da economie disastrate da gravissimi crimini storici, non solo dalla miseria. Bloccare porti o accessi è come tentare di svuotare il mare con una conchiglia, e soprattutto rappresenta un intervento sugli effetti, e non sulle cause del problema. Quindi è non solo disumano, ma anche totalmente inefficace. Teorie più “illuminate” parlano di “aumentare gli sforzi umanitari”. Alcuni in sede Europea hanno cominciato timidamente a parlare di un piano “Marshall” per l’Africa.
Ma anche questo approccio “umanitaristico” è insufficiente perché qui non si tratta di compiere un gesto di buona volontà per aiutare persone sfavorite dal destino cinico e baro, ma del preciso dovere morale di risarcire un continente messo in ginocchio da 400 anni di schiavismo, colonialismo che sono responsabilità precise e identificabili ancora oggi.

Per affrontare efficacemente il problema è necessario mettere in campo uno sforzo globale e mezzi straordinari.
L’unico ente titolato a fare ciò è l’ONU, che dovrebbe lanciare un grande programma di sviluppo per compensare gli squilibri generati nei secoli, dal sistema di sfruttamento economico occidentale in danno delle economie del Terzo Mondo e principalmente dell’Africa, prelevando i necessari fondi dai profitti delle grandi corporations che si sono storicamente arricchite sul sangue e il sudore degli africani ( e di tutti i popoli e dell’ambiente in generale).

Solo con un programma globale e dotato dei necessari mezzi finanziari assume un senso reale l’espressione fin troppo abusata secondo cui i migranti dovremmo “Aiutarli a casa loro”! Ma perché il programma venga preso in considerazione in sede ONU è prima necessario che esso ottenga milioni di firme in rete. Per questo non sarebbe una cattiva idea fare partire come Forum Laudato SI’ una grande campagna di sensibilizzazione e raccolta firme mondiale che potrebbe essere strutturata come segue.

I PRECEDENTI TENTATIVI IN SEDE ONU DI RICONOSCERE LE RESPONSABILITA’ STORICHE DELLO SCHIAVISMO.
Alla conferenza ONU di Durban del settembre 2001 su razzismo schiavismo e xenofobia il fenomeno schiavistico venne analizzato nella sua prospettiva storica ma furono raggiunte delle conclusioni deludenti.

L’obiettivo iniziale era quello di arrivare a una risoluzione finale che partendo dalla constatazione degli effetti del fenomeno schiavistico sul piano umano e anche su quello economico, potesse arrivare a sancire la cessazione delle guerre inter-etniche e il rifiuto di ogni forma di discriminazione fondata sul colore, sulla razza, sulla religione, sulla lingua, sul sesso, sulle condizioni sociali e di casta, sulle condizioni di età e di salute etc.

La risoluzione finale, una volta approvata dall’assemblea generale dell’Onu, sarebbe andata ad arricchire l’insieme delle carte d’intenti delle Nazioni Unite e degli altri istituti specializzati dell’Onu, consentendo all’alto rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani, e al rappresentante per le minoranze dell’Osce (Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa) di realizzare altre azioni di monitoraggio oltre quelle già previste ed effettuate in coerenza con le loro funzioni. Sul piano concreto una risoluzione di quel tenore avrebbe, forse, in qualche caso condotto a creare i presupposti di una cultura della tolleranza nei confronti della diversità che avrebbe concorso a migliorare la situazione di quanti sono, ancora oggi, sottoposti a forme di xenofobia e di emarginazione.

Tutto ciò, invece, non avvenne ma si discusse molto della schiavitù definita già un crimine internazionale dall’atto finale della conferenza di Berlino del 1885, e degli aspetti sociali ed economici. Fra i primi furono ricordate la frammentazione delle famiglie, le lacerazione dei legami affettivi e amicali, la divisione delle stesse popolazioni locali fra schiavizzati e schiavisti che non esitavano di fronte alla possibilità del guadagno, a tradire la fiducia dei loro cari e a cederli per una modesta somma di denaro, mentre sul piano economico fu menzionato il contributo dato dagli schiavi alla crescita economica degli stati “importatori” dall’Africa verso le Americhe, la complicità di spagnoli, portoghesi e inglesi che misero i loro porti a disposizione di questo vergognoso commercio per secoli, e il valore del lavoro fornito dagli schiavi, senza dubbio quantificabile in migliaia di miliardi di ore uomo e cifre oggi incalcolabili.
Alla fine tutto il dibattito si avvitò in sterili contese giuridiche sulla applicabilità di sanzioni ai beneficiari storici della schiavitù, che all’epoca cui essi agivano non era definita un crimine dalle leggi internazionali, e via sproloquiando di radici nelle tradizioni belliche di egiziani, assiri, etruschi, greci, fenici, romani, etc. Il dibattito prese una piega sterile e alla fine si arenò definitivamente sul tentativo da parte degli stati arabi di accusare Israele nella vano tentativo di configurarlo come il moderno stato schiavista con una improprio tentativo di equiparare il commercio e la tratta degli schiavi avvenuti secoli or sono, al comportamento di Israele contro i Palestinesi. E la cosa morì lì.

Fu anche ribadito che il modello economico schiavistico in tempo di pace, era “rinato” massicciamente soprattutto in conseguenza della scoperta del “nuovo mondo”, che aveva determinato lo sterminio delle popolazioni inermi autoctone delle Americhe in quello che fu il più criminale genocidio della storia umana.
Questo aveva spopolato un intero continente che invece richiedeva manodopera per le sue piantagioni e i suoi opifici, e a questo problema si ovviò spregiudicatamente con il ricorso all’importazione di manodopera schiavistica dall’Africa praticata sistematicamente ai danni delle popolazioni inermi dell’Africa.

La conferenza decise che era “difficile ripercorrere il sofferto cammino di ciascun essere umano privato della sua dignità della sua famiglia e abusato dai suoi simili in una riflessione, oggi, sull’antica schiavitù non potrebbe avere altro significato che quello della manifestazione di dolore per i torti inflitti da taluni e subiti da altri, includendo l’espressione di volervi in qualche modo riparare con l’agevolare ´come possibile’ le popolazioni che l’hanno maggiormente subita. Ma certo la stessa riflessione dovrebbe condurre a dichiarare completamente conclusa un’era e a riconoscere formalmente, oggi, la schiavitù come un crimine internazionale in qualsiasi forma sia essa realizzata, anche quindi mediante la migrazione clandestina, la tratta delle donne e di minori, perseguibili a livello internazionale da tutti e soggetto a forme di risarcimento”.

Oggi bisogna ripartire dal fallimento della conferenza di Durban con le nuove consapevolezze consegnateci del momento storico che stiamo attraversando, e che potrebbe portare all’estinzione della specie umana

Nuove consapevolezze che ci rivelano che la migrazione di massa dal Sud del Mondo e soprattutto dall’Africa è un fenomeno irreversibile se non si agisce sulle cause storiche che lo hanno determinato, modificando un modello economico ispirato alla sola logica del profitto. Ridurre tutto nel recinto dell’ordine pubblico sarà rassicurante nel breve termine ma agisce solo sugli effetti e non sulle cause del fenomeno, e quindi significa solo rimandare di poco la resa dei conti con un modello economico che non funziona più.

Rifkin ne “La fine del Lavoro” effettua lo spregiudicato tentativo di rileggere la pratica disumana dello schiavismo in chiave economica, e getta una nuova luce sul fatto che tale pratica, che per 400 anni ha strappato alle loro case e famiglie centinaia di milioni di esseri umani in Africa per lavorare come schiavi nel nuovo continente, “si è interrotta solo quando nutrire lo schiavo è diventato più costoso che mantenere la macchina”.

E conseguentemente lo schiavismo non è finito ma ha solo assunto nuove forme socialmente più rassicuranti.

Lo sfruttamento si è spostato dalle risorse umane a quelle naturali e il saccheggio delle multinazionali occidentali è continuato con il colonialismo e l’imperialismo economico che saccheggia tali risorse.

Oggi va superata l’impostazione di Durban naufragata su contrapposizioni geopolitiche (Stati contro Stati) e ideologiche, ma bisogna rileggere il fenomeno in chiave economica, e identificare i beneficiari economici del fenomeno per chiamarli (nelle forme e nei modi che la comunità politica deciderà) a risarcire i popoli messi in ginocchio dallo schiavismo ma anche (come ci ricorda Rifkin) dal colonialismo e dal saccheggio delle risorse naturali.

I governi occidentali hanno semplicemente agito come portatori degli interessi delle loro corporations (questo è vero soprattutto per gli Stati Uniti, ma gli Europei non sono innocenti, specialmente Gran Bretagna e Francia).

Per compiere questa storica opera di saccheggio dell’Africa, gli occidentali hanno incoraggiato la corruzione delle élites africane, e quei leader che non sono stati corrotti sono stati eliminati fisicamente da Patrice Lumumba in Congo a Thomas Sankara in Burkina Faso a Ken Saro Wiva in Nigera, e altri 46 leader africani uccisi negli ultimi 50 anni.

La Corruzione e l’omicidio sono così diventati strumenti di arricchimento economico per entità facilmente identificabili e ancora oggi prospere (multinazionali del tabacco, del tessile, della chimica, delle costruzioni, dell’alimentazione).

La situazione oggi si aggrava ancor di più a causa del cambiamento climatico, con centinaia di milioni di persone che vivono in zone senza alcuna attività economica, cibo e acqua, con un progressivo rischio di desertificazione o inondazione. Questo modello economico centralizzato e verticistico, generato dall’energia fossile, è arrivato al punto più alto della sua disfunzionalità e insostenibilità, se si considera che le 8 persone più ricche del mondo detengono una ricchezza cumulata pari a quella dei 4 miliardi di persone più povere del mondo. Una situazione ormai insostenibile sotto qualunque punto di vista. In questo senso da Durban sono passati non 17 anni, ma millenni!

RISTABILIRE LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA STORICA
Ma poi c’è anche da considerare che ristabilire la giustizia storica violata da secoli di schiavismo, colonialismo, imperialismo, sfruttamento brutale delle risorse del terzo mondo, accaparramento delle terre, genocidi e devastazioni ambientali corrisponde anche un nostro preciso dovere etico (ancorché non ancora sancito da un atto ufficiale dell’ONU come sappiamo dal fallimento della conferenza di Durban) per restituire a quei popoli una speranza di vita nella terra dove sono nati, affinché abbiano la possibilità di restare nei loro Paesi d’origine, contribuendo alla crescita economica del loro paese.
Abbiamo le tecnologie adatte a creare energia pulita e ad alimentare queste popolazioni. Se questo non avviene, è unicamente a causa dell’applicazione delle logiche del profitto estremo nel modo più cinico e spregiudicato da parte di una élite microscopica dell’umanità a discapito di miliardi di esseri umani. Oltre metà della popolazione umana.
Questa è l’unica soluzione efficace per arrestare il fenomeno migratorio, mentre la storia dell’uomo ci insegna che innalzare muri, barriere, chiudere porti (e menti), non ha mai risolto nulla né ha mai fatto avanzare l’umanità.

Una campagna di promozione di questa proposta contribuirebbe se non altro a portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale l’unica soluzione efficace a uno dei peggiori problemi che l’Umanità si trovi ad affrontare. Più saremo a farlo e maggiori saranno le probabilità che la proposta verrà presa in considerazione nelle sedi appropriate. Il Forum Laudato Si’ mi pare l’entità meglio posizionata per lanciare il sasso nello stagno.

E’ venuto il momento di ripensare tutta la questione alla luce della situazione odierna di gran lunga più grave di quella di 18 anni fa. Per questo bisogna attivare un grande progetto di indennizzo umano e materiale delle popolazioni danneggiate dalle pratiche schiavistiche, colonialistiche e imperialistiche che, in quanto crimini contro l’umanità, non cadono in prescrizione, o, peggio nel dimenticatoio.

FUNZIONAMENTO DEL PROGRAMMA DI RISARCIMENTO STORICO.

Il Programma di risarcimento richiede una grande assunzione di responsabilità di tutti gli organi dell’ONU, ciascuno per la parte di propria competenza.

L’Organizzazione userà ogni mezzo materiale e giuridico a sua disposizione per promuovere e attuare il programma, compresa la promozione di trattati internazionali e accordi regionali, l’Amministrazione Fiduciaria degli Stati, il deferimento alla Corte Internazionale di Giustizia, l’istituzione di un Tribunale ad hoc che si occupi dell’accertamento e della quantificazione dei crimini commessi contro l’Africa, la costituzione di un apparato amministrativo di gestione del programma, l’invio di caschi blu, le sanzioni economiche, ed ogni altro strumento possibile.

L’Onu ha i mezzi per realizzarlo, se si raggiunge il necessario consenso politico.

Si tratta solo di attivare le volontà e le risorse necessarie anche se è naturale presumere che un tale progetto andrà incontro a enormi resistenze ed è per questo che deve essere sostenuto in modo massiccio dall’opinione pubblica mondiale e dai soggetti pubblici e privati che possono esercitare una potente influenza positiva. In questo senso le interconnessioni ideali e motivazionali con l’Enciclica Laudato SI’ sono stupefacenti. Il Forum Laudato SI’ potrebbe dunque lanciare una campagna internazionale avente una struttura costituita da un gruppo di organizzazioni partner, un comitato guida internazionale e uno staff internazionale (vedi esperienza ICAN http://www.icanw.org/campaign/structure-and-people/).

Le proposte che seguono, pertanto, costituiscono una traccia suscettibile di essere precisata, integrata, adattata alle situazioni varie e specifiche della realtà; lo staff di Laudato SI’ e i partner che man mano aderiranno costituiranno il cuore propulsivo del programma che sarà per forza di cose duttile e in divenire, la cui adozione e realizzazione, ovviamente, spetterà agli organi e agli uffici competenti dell’ONU.

Un appositamente costituito ufficio dell’ONU con dipendenti remunerati in modo etico, e con volontari e funzionari delle grandi organizzazioni internazionali che si dedicano al terzo mondo (come la Caritas, Emergency, Terre des Hommes, Aid For Africa, American Relief Agency, Amigos en Marcha, Accion Solidaria etc), si dovrebbe insediare presso i centri di raccolta nei paesi da cui partono le traversate del deserto e nei punti di arrivo sulle coste interessate al traffico migratorio al fine di identificare e registrare tutti gli aspiranti migranti. L’operazione dovrebbe essere gestita sotto l’ombrello di un contingente di operativi dell’ONU preposti all’arresto di tutti i trafficanti e gli scafisti e chiunque sia coinvolto con l’industria della disperazione. Chiaramente il programma si scontrerà con criticità che a prima vista parrebbero insormontabili, tipo la destituzione di dittatori e governi corrotti e l’instaurazione di amministrazioni fiduciarie nei limiti e con i mezzi previsti dall’ONU che persegue quale finalità costitutiva la promozione della pace e della sicurezza e l’affermazione dei diritti umani.

Gli esperti del programma dovrebbero elaborare in particolare per l’AFRICA un programma di sviluppo sostenibile che miri allo sfruttamento a vantaggio delle popolazioni locali delle risorse naturali del continente tramite l’energia solare, la digitalizzazione dell’economia, la manifattura additiva tramite la stampa 3D, la sovranità alimentare, la filiera corta agricola e industriale, e l’economia circolare creando un numero di posti di lavoro locali pari all’entità della disoccupazione. Parte integrante del programma dovrebbe essere la modernizzazione e/o creazione di impianti idrici, fognari, elettrici e bonifica dei campi adatti alle coltivazioni e all’allevamento del Bestiame su piccola scala e non su scala intensiva. Da notare che questo tipo di progetti su piccola scala sono già incominciati per opera di alcune ONG locali come la Don Bosco 2000 che in Sicilia sta già operando in questo senso istruendo immigrati disposti a rientrare in Senegal sull’irrigazione fotovoltaica in modo da rendere fertili pe terre aride e permettere la coltivazione e una forma insieme di sovranità energetica e alimentare (per maggiori informazioni si veda: https://acasaloro.it/it/zodonations/lorto-di-doudou/ )

ASPETTI SOCIALI DEL PROGETTO.

I governi africani collaboranti dovranno elaborare con le risorse messe a loro disposizione innanzitutto un piano di igiene e salute pubblica radicale e totale per eradicare totalmente e definitivamente qualunque morte prematura di bambini dovuta a malnutrizione, denutrizione, malattie infettive mortali e altre cause di morte infantile identificate dall’OMS e avviare progetti di promozione di igiene e salute della popolazione. Saranno sostenute tutte le iniziative a garantire i diritti umani.

A tutti i migranti che avranno attraversato l’Africa a costo di indicibili sofferenze verrà permesso di scegliere se continuare verso una destinazione europea a loro scelta dove verranno assistiti da un programma ONU di inserimento, o se ritornare in patria per aprire una attività economica con un finanziamento triennale da amministrare tramite un sistema di controllo pubblico erogato dall’ONU nell’ambito del programma in conformità a quanto già operativo nel settore delle ONG private (vedi Don Bosco 2000 poco prima).

SOTTOSEZIONE ISPETTORATO DEL LAVORO
Il personale dell’ONU effettuerà il monitoraggio di tutti i luoghi di lavoro delle aziende multinazionali e anche locali terziste dirette o indirette per multinazionali operanti in Africa e nel Terzo Mondo perché adottino le norme e le condizioni salariali minime nonché le tutele dei lavoratori previste dagli standard dell’Unione Europea, e si impegnerà ad eliminare le condizioni di schiavitù a cui i lavoratori sono sottoposti in Africa come in occidente e a contrastare il lavoro minorile in conformità alle tutele dei diritti umani dell’UE da esportare a sud del mondo.

FINANZIAMENTO DEL PROGRAMMA.
Il fondo verrà approvvigionato con una dotazione annuale pari a 30 miliardi di dollari annui (da rivedersi secondo le esigenze economiche del progetto) per una durata di 20 anni, dotazione che verrà approvvigionata sulla base di adeguate donazioni volontarie da parte delle multinazionali occidentali che abbiano avuto in passato o abbiano tuttora responsabilità nelle attività di sfruttamento delle risorse umane e ambientali dell’Africa o di altre regioni del mondo in via di sviluppo, che dovranno considerarsi un parziale risarcimento per tali attività predatorie. Il piano economico elaborato dall’apposita commissione ONU non sarà necessariamente votato al profitto ma può e deve anche perseguire scopi di carattere sociale, umanitario, ambientale, educativo, culturale.

Tutte le terre oggetto di accaparramento (land grabbing palese o mascherato) verranno confiscate unitamente ai beni realizzati sulle stesse e verranno restituite ai legittimi proprietari o alle comunità locali nell’ambito del programma.

Ogni impresa che lavori nel territorio Africano per l’estrazione di risorse minerarie o di qualunque altra natura o che ne sfrutti in qualsiasi altro modo le risorse naturali, verserà al Fondo una parte del ricavato dell’esportazione dei minerali estratti o, in ogni caso, una parte dei profitti dell’attività produttiva svolta, pari al 15% del NETTO mensile, corrispondente alla quantificazione forfettaria dei costi ambientali dell’attività produttiva – che normalmente vengono iniquamente posti a carico del territorio “ospitante” anziché delle società che intascano i profitti – che in tal modo diventano voci di costo dell’impresa, salva la quantificazione di un costo maggiore.

Tale versamento potrà essere ridotto o annullato nel caso di imprese che dimostrino di produrre (e di aver sempre prodotto) in modo etico e sostenibile.

Altra fonte di approvvigionamento potrebbe essere costituita dal prelievo forzoso, a titolo di risarcimento, o dalla emanazione di imposte straordinarie sul patrimonio o di altre somme risarcitorie a carico di soggetti ancora attivi in Africa, direttamente o a mezzo di società collegate o prestanome, le quali abbiano praticato lo schiavismo, il colonialismo e il nuovo imperialismo economico o che in qualsiasi modo abbiano gravemente depredato le risorse naturali o personali dei territori, ledendo la dignità umana e danneggiando ambiente, economia e strutture sociali – previo accertamento, condanna e quantificazione del dovuto da parte di una Corte di Giustizia internazionale oppure previa ammissione e determinazione del dovuto da parte della società, unilaterale o congiunta, ratificata da apposito organo dell’ONU, accompagnata da immediata cessazione o radicale trasformazione delle attività in senso equo e sostenibile sotto la tutela degli operativi del programma.

Sarebbe auspicabile, al tempo stesso – fermo restando quanto indicato al precedente capoverso – un piano di raccolta di contribuzioni e lasciti volontari da parte dei proprietari e dei loro eredi, degli azionisti e dei loro successori, di aziende di cotone, tabacco ed altri beni che si sono avvalsi di manodopera schiavistica dal 1480 al 1880, secondo informazioni derivate da ricerche come quella visionabile alla pagina indicata: (http://www.slate.com/articles/life/the_history_of_american_slavery/2015/06/animated_interactive_of_the_history_).

La contribuzione volontaria potrebbe essere estesa alle imprese, agli eredi dei colonizzatori, agli Stati e a tutti i soggetti coinvolti nello sfruttamento devastante dell’Africa, oltre che a tutti gli altri soggetti in qualche modo interessati a sostenere la causa, allo scopo di saldare il conto con la storia e avviare un’epoca di pacificazione e di ristabilimento della giustizia attraverso un aiuto fattivo alla ripresa del grande, meraviglioso, ricchissimo continente africano.
CONCLUSIONI
Una proposta irrealistica? Irrealizzabile? Ingestibile?
Assolutamente no! Anzi, si tratta dell’unica proposta sensata per agire efficacemente sulle cause e non sugli effetti dell’immigrazione. E’ inimmaginabile continuare a andare avanti così!
Il punto di rottura è vicino. E sarà catastrofico. Come spiegato prima, l’attuale modello economico fossile finanziario iper centralizzato ispirato alla logica del profitto puro non è più sostenibile e la sua rottura è inevitabile e sarà catastrofica.
E non è una catastrofe che si possa evitare con operazioni militari convenzionali. Non sarebbero minimamente efficaci. I flussi migratori saranno sempre più massicci perché le economia dei paesi del terzo mondo non creano occupazione per i propri cittadini, le risorse naturali sono in via di esaurimento e la situazione climatica peggiora progressivamente; è quindi necessario trovare una soluzione efficace prima di arrivare al punto di non ritorno.
In questo senso va ribadito che soluzioni repressive di semplice contenimento non sono affatto efficaci. Non potremo fermare centinaia di milioni di cittadini che non hanno più niente da perdere a nord come a sud del mondo, attratti dalla prospettiva di uscire dalla più nera indigenza e miseria tramite il trasferimento in paesi apparentemente più floridi.
Non si arresta un esodo biblico costruendo muri ma eliminando le cause che quell’esodo hanno determinato.
Quindi la soluzione qui proposta è innanzitutto una soluzione di buon senso, e in secondo luogo l’unica in grado di evitare la catastrofe. Meglio redistribuire con una operazione programmata che scatenare la furia di milioni di uomini contro altri uomini. Che ruolo può giocare in questo senso l’Alleanza per il Clima?
 

[1]    L’intera intervista può leggersi a questo link: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/06/17/news/jeremy-rifkin-com-e-sharing-il-papa-francesco-dell-enciclica-laudato-si-1.217474

[2]    Jeremy Rifkin, IL SOGNO EUROPEO – Mondadori, 2002

[3]          G. Magaldi,Massoni: società a responsabilità illimitata, editore Chiarelettere, pp. 31-32

[4]    Emiliano Brancaccio “Contro l‘apertura indiscriminata dei mercati” LIBERAZIONE 23 settembre 2010

[5]          ) Per quanto riguarda l’unione monetaria, bisogna ricordare che il Trattato di Maastricht introduce non solo i criteri del rapporto deficit/ debito PIL, ma ben cinque criteri di convergenza, cioè i parametri rispetto ai quali i paesi devono essere in regola per essere ammessi alla terza fase e quindi per poter introdurre l’euro.
Lo scopo dei criteri di convergenza è quello di garantire che lo sviluppo economico all’interno dei Paesi che hanno adottato l’euro risulti equilibrato, senza provocare tensioni.
I cinque criteri di convergenza appaiono in un protocollo siglato a piè di pagina del Trattato di Maastricht.

            Il primo stabilisce che il debito pubblico non deve superare il 60 per cento del prodotto interno lordo.

            Il secondo: il disavanzo nei conti dello Stato non può superare il 3 per cento del prodotto interno lordo.
Il terzo: l’inflazione deve essere contenuta entro il limite dell’1,5% della media dei migliori tre Stati membri.

            Il quarto: la moneta nazionale deve stare dentro le fluttuazioni previste dall’accordo di cambio con le altre monete europee.
Il quinto: occorre rispettare i margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo per almeno due anni, senza svalutazione nei confronti della moneta di qualsiasi Stato membro.

[6]    Si veda questo articolo http://www.rinnovabili.it/ambiente/green-new-deal-usa/?fbclid=IwAR3eJRfNHdrQiD4ZdlPo68ly3VXOYLCoIR6RUyAWIRnO2c5mpHDu7nNx0qs