Locandina

DEBITO, RICONVERSIONE, LAVORO

Vincenzo Vasciaveo (Distretto Economia Solidale Rurale – Parco Agricolo Sud Milano – GAS).

Nell’ambito della più generale esigenza improrogabile di riconversione ecologica dell’economia, il capitolo dell’agricoltura assume sempre più centralità, sia rispetto al suo ruolo nei cambiamenti climatici (diventandone anche vitima) attraverso allevamenti intensivi e monocolture convenzionali, ma anche in quanto il modello produttivo oggi egemone e in espansione su scala globale non risolve la funzione fondamentale della produzione di cibo in termini di soddisfacimento dei bisogni alimentari primari per tutta l’umanità. Anzi, attraverso l’agrobusiness, aggrava le distanze per l’accesso al cibo tra Nord e Sud del mondo. Infatti il modello agroindustriale, cioè quello basato sulle monocolture intensive, sui combustibili fossili, sull’uso di prodotti di sintesi chimica per fertilizzare le coltivazioni e per produrre pesticidi ed erbicidi, su modelli colturali idrovori e con un impatto altissimo nella produzione di gas serra, e che va sotto il nome di “rivoluzione verde”, vede ancora oggi più di 815.000.000 di persone al mondo soffrire la fame, con addirittura un incremento nell’ultimo periodo (dati FAO 2016). Non solo. L’agricoltura industriale è sempre più in crisi, o, per dirla con Piero Bevilacqua nel suo libro “Il cibo e la terra”, si è incanalata in un vicolo cieco. Infatti alla insostenibilità ambientale ( di cui fa parte anche l’aspetto salutistico, vista la relazione sempre più certa tra alimentazione prodotta con la chimica e malattie cronico-degenerative, a cui pensano le stesse multinazionali sementiere che contribuiscono a crearle, coi prodotti farmaceutici curativi), si accoppia in un tutto organico l’insostenibilità economica. Il modello agricolo industriale produce cibo il cui prezzo è costantemente sotto i costi di produzione ed è solo grazie ai sussidi pubblici (in Europa la PAC), peraltro in riduzione, che sopravvive. In Europa chiude un’azienda agricola ogni 3 minuti. Si realizza così un capolavoro di negatività sistemiche, per cui gli investimenti che sono sempre più necessari per stare sul mercato rendono inadeguati o negativi i margini economici, ai quali si fa fronte con sussidi che, in Europa, corrispondono a quasi il 40% dell’insieme delle risorse. Tutto ciò senza intaccare la povertà alimentare, impattando pesantemente sull’ambiente, compromettendo la salute e sprecando il 30% della produzione , dato questo che non è un accidente dovuto al caso e risolvibile con qualche aggiustamento, ma è connaturato nel sistema produttivo stesso. Su questo si dovrebbe riflettere quando si punta molto, dalla Carta di Milano di Expo alle food policy, sul recupero dello spreco, cosa necessaria ma che non può essere il cuore dell’iniziativa sul cibo. Lo spreco si produce perché, nella concezione agroindustriale, occorre incrementare costantemente e in maniera anarchica la produttività della merce cibo (con conseguente sovraproduzione che dà inevitabilmente origine alle eccedenze) allo scopo di tenere bassi i prezzi unitari per battere la concorrenza e per ripagare gli investimenti, e per tenere dietro alle esigenze logistiche e di profitto della GDO. Peccato che stiamo parlando di cibo e non di bulloni, quando milioni di persone lo domandano e non vi possono accedere per via della povertà che lo stesso sistema agricolo industriale e l’agrobusiness contribuisce a produrre attraverso il land grabbing o insediando monocolture intensive laddove esisteva un’agricoltura biodiversa di sussistenza. Il cerchio viene poi chiuso dalla finanziarizzazione del cibo, per la quale i prezzi al consumo non dipendono più dai costi di produzione, ma dagli investimenti speculativi su scala globale, producendo nuove povertà e distruggendo l’agricoltura di piccole dimensioni, invadendo il campo di quel 70% di agricoltura contadina che ancora sfama l’umanità, dimostrandone l’efficacia. Attraverso gli oligopoli delle sementi e dei prodotti per l’agricoltura, la terra non viene più coltivata, ma è diventata una mera base di supporto, che progressivamente inaridisce e si mineralizza, sulla quale la chimica nutre direttamente la pianta, con riduzione drastica della biodiversità, non solo vegetale. Come si può uscire da questo insensato circuito vizioso? In che modo costruire una resistenza culturale, educativa, comunicativa, come ci prefiggiamo in questo forum? Intanto io direi aggiungendo anche una resistenza pratica a questo modello, una resilienza attiva e strutturata, per dimostrare che un’alternativa non solo è necessaria, ma è anche concretamente possibile e che, in ogni fase critica di sistema giunta a maturazione, mentre si lotta per il cambiamento, si pratica l’obiettivo, se ne dimostra la plausibilità, facendo da sé mentre si lavora a cambiare il modello. Provo ad indicare tre percorsi di lavoro, il primo di pratica dell’obiettivo, il secondo rivolto alle istituzioni europee e al suo futuro parlamento, il terzo nei rapporti con le istituzioni nazionali e locali. Il primo è quello che valorizza le pratiche di agricoltura biologica contadina che, secondo Via Campesina, costituisce la vera alternativa all’agrobusiness e all’agricoltura chimica industriale, improntata all’agroecologia e sui contadini custodi. Mi riferisco a pratiche neomutualistiche basate su un’alleanza strutturata tra piccoli produttori e consumatori critici organizzati orientata al concetto di coproduzione: garanzia di acquisto dei prodotti agricoli con prezzi basati sui costi di produzione, codeterminazione delle colture , condivisione del rischio di impresa, sganciamento progressivo dei prezzi dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla speculazione finanziaria, demercificazione del cibo e deglobalizzazione dell’agricoltura, affidando cioè alle comunità locali la produzione del cibo, in un orizzonte di sovranità alimentare. E’ solo la sovranità alimentare, infatti, che può sfamare il pianeta, restituendo ai popoli il diritto di decidere cosa coltivare, cosa mangiare, come produrre (l’esatto contrario di quello ai cui puntano i trattati internazionali). Ma occorre che sia praticata, diffusa anche nel nord del mondo e resa evidente alla politica come alternativa possibile. Pratica basata sull’agricoltura biologica che ormai deve dismettere la esclusiva sua valenza salutistica riservata ai più abbienti, per assumere sempre di più quella di necessità da rendere accessibile a tutti, per rivitalizzare la terra agricola e restituirla alla sua funzione naturale di produzione di alimenti e non di merci. Non sto parlando di utopie, ma di pratiche che si vanno diffondendo in Europa, negli USA e perfino in estremo oriente, per esempio attraverso quelle che vengono definite CSA (Community supported agricolture) e che sono una naturale evoluzione del consumo critico coi suoi Gas e i suoi DES. Pratiche, le CSA, che al tempo stesso indicano un’alternativa ai modelli economici dominanti, peraltro anch’essi, come sappiamo, in crisi sistemica. E neanche di romantiche regressioni, ma, per dirla con Francesco, di liberarsi dal paradigma tecnocratico applicato alla produzione di cibo. Un esempio concreto di queste percorsi, ad esempio, è descritto nel libro “IL GRANO FUTURO” appena uscito e (spot promozionale) disponibile per chi lo volesse all’uscita e di cui il 50% del ricavato andrà a sostegno di RiMaflow, con cui collaboriamo, sulla logistica e non solo, come DESR PASM fin dall’inizio della loro esperienza di fabbrica recuperata e di cui abbiamo sentito raccontare Gigi Malabarba questa mattina. Pratiche di agricoltura biologica, sottolineo, il cui andamento recente ci indica, tra l’altro, una cosa assolutamente interessante: crescita annuale a due cifre e aumento dei giovani agricoltori che vi si dedicano a scapito degli abbandoni degli anziani nelle coltivazioni convenzionali. L’alternativa è quindi la necessaria riconversione dell’agricoltura industriale convenzionale all’agricoltura contadina biologica, supportata dalle comunità solidali di consumo critico e consapevole. Quella che Francesco chiama “promozione di forme di coooperazione comunitaria a difesa dei piccoli produttori ecosostenibili”. Ma serve anche il supporto delle politiche pubbliche, e quindi affrontiamo il secondo percorso propositivo, che è quello della PAC, visto che ci rivolgeremo ai candidati alle prossime elezioni europee e si dovrà costruire la PAC 2021/2027, cioè quante risorse pubbliche all’agricoltura, a chi e come. Dobbiamo rivendicare l’orientamento delle risorse (ancora tante, seppure in riduzione) verso questo modello agricolo alternativo, tra l’altro anche attraverso la domanda pubblica locale basata sulla ristorazione (es. i 90.000 pasti giornalieri erogati da Milano Ristorazione) come terzo filone di iniziativa. I dati tendenziali a consuntivo della PAC (quella precedente a quella attualmente in vigore e che scadrà nel 2020 e su cui dobbiamo innescare proposte per quella 2021/2027, magari con chi ci sta già lavorando) ci dicono che, per esempio in Italia (1.100.000 aziende agricole), la distribuzione del montante (41 miliardi di euro) si indirizza sostanzialmente a favore delle grandi aziende nell’ordine di centinaia di migliaia di euro a ciascuna, lasciando alla piccola azienda agricola una media di 1000 euro circa. Questo criterio si basa sul disaccoppiamento, cioè sul finanziamento diretto (primo pilastro) in base alla quantità di ettari posseduti a prescindere da se, da cosa e come si coltiva, marginalizzando gli aspetti qualitativi, e cioè l’agricoltura ecosostenibile agroecologica, lasciando ai piani di sviluppo rurale regionali, cioè quelli in grado di indirizzare i finanziamenti alle esperienze più innovative ,un margine residuale del 20/25%. In sostanza, per dirla con Josè Bovè, nonostante la crisi irreversibile dell’agroindustria, si continuano a finanziare le aziende che non hanno futuro in nome del paradigma tecnocratico-sviluppistico, mentre le aziende agroecologiche che hanno futuro non hanno sostegno. Elemento altrettanto grave è poi che la PAC alimenta il dumping nei confronti del Sud del mondo, finanziando di fatto le esportazioni a prezzi più bassi dei costi di produzione. La Pac futura di cui si sta discutendo sembra vedere smuoversi qualcosa, comunque troppo poco, in direzione dell’agricoltura ecostenibile e della riduzione dei tetti di finanziamento alle grandi imprese, ma in un contesto di riduzione globale delle risorse disponibili. Si passerà dai 408,3 miliardi attuali, di cui 41 all’Italia, corrispondente al 37% del bilancio europeo, a 36,5 miliardi, corrispondenti al 28,5% dello stesso bilancio. Questo quadro, riduzione dei finanziamenti ad un’agricoltura gravemente impattante sull’ambiente e la salute umana, incapace di affrontare risolutivamente il problema della fame e in crisi di sostenibilità economica, finanziamenti oltretutto non seriamente indirizzati ad un cambiamento di paradigma verso l’agricoltura agroecologica di tipo olistico, ci stanno portando ad un baratro che, come dice la Laudato si’, si produce a causa della dominazione della presunta supremazia tecnocratica orientata al massimo profitto. Occorre quindi muoversi subito, alleandosi con le reti impegnate su questi terreni (ARI e AIAB referenti italiani di Via Campesina Europa, la rete Cambiamo agricoltura e altre) prima che la crisi imbarbarisca l’accaparramento del cibo, lavorando sia sul terreno propositivo/rivendicativo sia coltivando e ampliando pratiche di resistenza e resilienza già in atto.. Queste pratiche dimostrano che ce la possiamo fare. Come dice Sergio Cabras nel suo libro “Terra e futuro” l’agricoltura contadina ci salverà!