Locandina

POVERTA’ ED ECONOMIA DELLO SCARTO

Gigi Malabarba (Ri-Maflow).

“A volte penso che quando voi, i poveri organizzati, vi inventate il vostro lavoro creando una cooperativa, recuperando una fabbrica fallita, riciclando gli scarti della società dei consumi, affrontando l’inclemenza del tempo nel vendere in una piazza, rivendicando un pezzetto di terra da coltivare per nutrire chi ha fame, quando fate questo state imitando Gesù, perché cercate di risanare, anche se solo un pochino, anche se precariamente, questa atrofia del sistema socio-economico imperante, che è la disoccupazione. Non mi stupisce che anche voi a volte siate sorvegliati o perseguitati, né mi stupisce che ai superbi non interessi quello che voi dite” Queste parole di Bergoglio, che ha invitato già due volte RiMaflow agli incontri internazionali dei movimenti popolari in Vaticano, le voglio dedicare a Massimo, presidente della Cooperativa RiMaflow, fabbrica recuperata e autogestita da sei anni dai suoi operai e di cui anch’io faccio parte, detenuto ingiustamente da sei mesi per aver contribuito a costruire – in modo certo non convenzionale – 120 posti di lavoro a Trezzano sul Naviglio dopo la chiusura della fabbrica, puntando alla riconversione totale dal settore automotive in direzione ecologica, all’insegna del riuso e riciclo e dell’economia circolare. E per andare in questa direzione occorre lavorare per cominciare a togliere dalle mani dei padroni (con i loro profitti) le leve fondamentali dell’economia. Il profitto non è la leva del cambiamento, bisogna partire da altri parametri, bisogna mettere in condizione i lavoratori di andare in questa direzione. Per ragioni di tempo mi devo concentrare su un tema. Da questa nostra piccola esperienza di mutualismo operaio cerchiamo di trarre qualche indicazione per affrontare il tema della DISOCCUPAZIONE, ma direi anche delle basi per ricostruire dal basso embrioni di STRUTTURE ECONOMICHE SOLIDALI ED ECOLOGISTE, che fuoriescano dalla dittatura delle leggi di mercato, cioè “fuorimercato”.

Certo il mutualismo conflittuale, quello che – come nelle esperienze più significative delle Società operaie di mutuo soccorso di fine ‘800 – seppe combinare la solidarietà economica e la vertenzialità, il cooperativismo e il conflitto sociale – è quello che meno si presta a dare indicazioni per programmi istituzionali, perché si fonda innanzi tutto sulle pratiche sociali. Solo la moltiplicazione di esperienze e la costruzione di una massa critica significativa che si traduca in MOVIMENTO DAL BASSO potrà consentire di strappare legislazione di sostegno, dato il segno del tutto controcorrente che questa prospettiva rappresenta. Illudersi del percorso inverso sarebbe un grave errore. Invero si deve rilevare che dieci anni fa, quando cominciammo questo percorso nella vertenza contro la chiusura dello stabilimento, ben pochi nei nostri ambienti politici e sociali della sinistra si interessarono alle nostre riflessioni sulle imprese recuperate argentine e sulle elaborazioni del sindacalismo a insediamento multiplo (ossia quello del MUTUALISMO CONFLITTUALE ripreso dall’elaborazione di Pino Ferraris degli anni ’80 e ’90 – la solidarietà ‘per’ e la solidarietà ‘contro’). Oggi invece il mutualismo ha riacquistato una sua dignità forte, anche se, ripeto, occorrerebbero più pratiche che non parole… In ogni caso una prima indicazione che possiamo trarre è quella di un superamento in avanti del workers buyout, che in Italia significa sostanzialmente la Legge Marcora: uno strumento importante soprattutto per salvaguardare segmenti produttivi di nicchia, cioè meno condizionati dalla concorrenza del mercato. Il meccanismo attuale della Marcora è quello dell’assunzione da parte dei lavoratori e delle lavoratrici del rischio d’impresa, rilevando con un proprio indebitamento personale un’azienda che ha appena chiuso, prevedibilmente per crisi di sbocco delle proprie produzioni o comunque per caduta di valorizzazione del capitale. Detto en passant, c’è anche da aggiungere che il valore di anticipo degli ammortizzatori sociali (che viene concesso a chi vuole aprire una cooperativa) dopo la cancellazione della Cassa Integrazione ha reso ancora più pesante l’onere dell’indebitamento per acquisire la fabbrica.

Noi diciamo che già IL LICENZIAMENTO E’ LA PENALIZZAZIONE PIU’ GRANDE che può essere inflitta a chi lavora (gli scartati) e che quindi costoro dovrebbero avere diritto a un RISARCIMENTO SOCIALE per quello che hanno subito, altro che nuovo indebitamento… Cioè quel luogo in cui hanno lavorato magari per decenni e in cui si è costruita quella comunità del lavoro, così come quei macchinari (o almeno una loro parte significativa) devono essere assegnati ai lavoratori e alle lavoratrici che vogliono costituirsi in cooperativa, senza alcun altro onere per un numero congruo di anni (cinque?). Anzi, con un finanziamento a fondo perduto da parte del CFI del Ministero dell’Economia a fronte di un piano industriale credibile e fondato su criteri ecologici. E quel fondo ministeriale deve essere alimentato da un contributo specifico delle imprese: non è possibile che le aziende – specie le multinazionali, ma non solo – beneficino di agevolazioni di ogni tipo e poi magari delocalizzino senza penalizzazioni di sorta! Maflow BRS ha goduto della Prodi bis per due anni (che la legge ti consente per rilanciare l’attività e l’occupazione) rilevando la Maflow SpA in amministrazione straordinaria a prezzi di saldo e dopo due anni e un giorno ha chiuso portandosi in Polonia marchio e commesse milionarie di BMW e licenziando 330 persone… e tutto ‘legale’! Qui c’è un altro aspetto da prendere in considerazione, che è già stato oggetto di ragionamento ad esempio con Maurizio Landini al tempo del tentativo – purtroppo abortito – della coalizione sociale (e che ha sfiorato anche l’interessante Campagna di MISERIA LADRA, che Giovanna Procacci ha coordinato qui in Lombardia) e di cui abbiamo parlato in più occasioni con le organizzazioni sindacali e la Fondazione Sabattini: la separatezza tra gli ambiti di lotta per il lavoro e quelli per l’ambiente, la separatezza tra le categorie professionali in cui sono divisi i sindacati e soprattutto quella tra l’organizzazione dei lavoratori e il mondo della cooperazione (mondo quest’ultimo ormai diventato strumento della competizione più selvaggia e di distruzione del sistema di tutele del lavoro, ossia l’esatto contrario della solidarietà per cui era nato!!)… queste separatezze impongono di RICOSTRUIRE UN PONTE.

Quando si conclude una vertenza in una impresa che vuole chiudere non vedi più nessuno, sei solo! E’ lì che va ricostruita l’alternativa. Noi abbiamo forzato, occupando lo stabilimento per rimetterlo in funzione senza padrone; abbiamo fatto da apripista se vogliamo, dimostrando che la strada è possibile e incontrando – cosa decisiva! – forze sociali che ci hanno consentito di reggere per sei anni lo scontro con la proprietà, una delle principali banche italiane (Unicredit, non proprio dei parvenus) e di strappare un protocollo di intesa in Prefettura il 28 novembre scorso, facendo saltare lo sgombero già deciso per quella data, con le truppe d’assalto già fuori dai cancelli. Il nostro contributo come RiMaflow alla discussione di una possibile piattaforma di programma relativamente a questo aspetto del lavoro è quindi una RIFORMA DELLA LEGGE MARCORA nel senso del risarcimento sociale ai licenziati, che consenta di mettere le basi per nuove forme di economia solidale e popolare con costi che ricadano sulle imprese e non ancora una volta sul monte salari dei lavoratori e delle lavoratrici. E un’economia solidale non ha senso se non si progettano attività che contrastino il produttivismo cieco e l’iperestrattivismo in corso. Un’inversione di tendenza su un punto, che però può essere da stimolo verso tutte le forze sociali, che possono essere indirizzate – come la nostra esperienza sta dimostrando molto positivamente, ad esempio con Caritas diocesana e non solo – a passare dall’assistenzialismo (a volte più che meritorio), che non incide però nel sistema di sfruttamento dell’uomo e della donna come anche della natura, al sostegno a progetti potenzialmente di alternativa al sistema.