Locandina

DEPREDAZIONE AMBIENTALE

Elena Gerebizza (Re Common).

Parlo a nome di Re:Common, un’associazione con sede a Roma che fa inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo. I problemi legati al modello di sviluppo incentrato sulle grandi opere si innestano nella lunga fase di crisi che stiamo vivendo, da cui è chiaro sia impossibile uscire senza la messa in discussione del paradigma di fondo. Un paradigma legato ancora al credo che crescita economica e grandi opere siano la strada, e che nessuno schieramento politico, di destra o di sinistra, sta mettendo in discussione. Gli interventi messi in atto da governi e istituzioni anche a livello europeo vanno in un’altra direzione, dove la rigenerazione del sistema è più importante delle conseguenze che questa avrà sul Pianeta e sulla sempre più marcata diseguaglianza sociale anche all’interno della stessa Unione Europea. Corruzione, elusione e evasione fiscale, abuso di potere non sono incidenti di percorso legati a poche mele marce.

Come dimostrato dal processo sul MOSE, ma anche come si evince dal processo contro Eni e Shell in corso a Milano per la mega tangente da 1.092 miliardi di dollari legata all’acquisizione della licenza OPL245 in Nigeria, al contrario si tratta di elementi sistemici del modello estrattivista. Un modello che fa perno su grandi opere come il MOSE, il TAV o il TAP e le loro estensioni oltre i confini europei, e che non è orientato a generare ricchezza che possa essere distribuita, ma a favorire l’accumulazione nelle mani di pochi se non pochissimi, e l’estrazione massima dall’ambiente e dalle persone che lo abitano. E’ un modello che noi di Re:Common denunciamo da anni. E’ un modello che viene sostenuto economicamente e politicamente anche dalle istituzioni europee, in contrasto plateale con i principi fondanti della stessa Unione. Noi crediamo che per parlare di cambiamento sia necessario un radicale cambio di rotta, senza il buco nero dell’analisi costi benefici, bensì un cambio di approccio che definisca strategie economiche ed energetiche nuove in discontinuità con il passato, fuori dal paradigma delle grandi opere, al contrario introducendo strumenti partecipativi territoriali per prevenire nuove grandi opere inutili, invece che per convincere i territori ad accettarle.

Parliamo della necessità di fermare le grandi opere inquinate e inquinanti per pericolosità, corruzione, danni al territorio, non sulla base di un’analisi costi benefici -in cui non è chiaro nè di quali costi nè di quali benefici e per chi si parla – ma per costruire strategie di lungo periodo nuove. La nostra esperienza di inchiesta e di campagna contro le grandi opere, in Italia, in Europa e nel resto del mondo, ci dice che quello delle grandi opere è un modello che non porta benefici ai territori, al contrario è veicolo di estrazione e accumulazione 4.0, e va cambiato. Alcuni suggerimenti concreti: – primo: fermare la costruzione delle grandi opere inutili, devastanti, imposte che noi e altri denunciamo da anni – il gasdotto TAP e il TAV prima di tutte E a seguire: – congelare i finanziamenti pubblici e le diverse forme di garanzia pubblica a favore di società e consorzi pubblici, privati e pubblico-privati in caso di rinvio a giudizio delle stesse o di uno dei componenti, nel caso di consorzi; – non finanziare società o consorzi già rinviate a giudizio, sotto processo o in attesa di processo per corruzione o altri reati gravi; – sospendere i manager di società a partecipazione pubblica rinviati a giudizio; – rivedere le immense lacune in tema di due diligence anti-corruzione di istituzioni europee come la Banca europea degli Investimenti, che ha finanziato in Italia progetti come MOSE, definito lo scandalo di corruzione più grande dopo Mani Pulite, e TAP, quest’ultimo in attesa di rinvio a giudizio – aprire una procedura di revisione dei “progetti di interesse comune” e istituire delle commissioni di inchiesta indipendenti che rivalutino la reale “strategicità” di progetti devastanti dal punto di vista ambientale e sociale, e che servono interessi privatistici ma non quelli della società in senso ampio, e che spesso vanno in contrasto con gli obiettivi climatici fissati dall’Accordo di Parigi Grazie