Locandina

DEBITO, RICONVERSIONE, LAVORO

Antonio De Lellis (Comitato per l’annullamento del debito illegittimo)

Perché è fondamentale conoscere le interconnessioni tra cambiamenti climatici, ambiente in generale, economia, lavoro, migrazioni e debito?
Perchè senza questa conoscenza non possiamo impostare una strategia di lotta planetaria. La finanziarizzazione è il processo con cui quote maggiori di risorse si sono spostate dall’economia reale verso forme di patrimoni finanziari per una èlite sempre più assottigliata, sempre più per pochi, escludendo la grande massa della popolazione mondiale.
Il debito rappresenta una forma di estrattivismo finanziario ed è il modo in cui interi popoli vengono resi schiavi.

Per questo motivo in Italia il percorso per la riappropriazione dei beni comuni e dell’acqua, pur avendo conquistato l’esito positivo di un referendum non è riuscito ad attuare la ri-pubblicizzazione del servizio idrico. La risposta è sempre la stessa: non ci sono soldi! Perchè? Perchè le città e l’intera nazione è indebitata. Ecco perché a Genova nel 2016 a 15 anni dai fatti di Genova ci incontrammo, laici e credenti, per un incontro dal titolo “Dal G8 alla Laudato sì” per definire un terreno di impegno comune quale il sovra-indebitamento dei popoli. Questo del debito è un muro invisibile che determina i muri materiali e mentali. Senza abbattere questo muro non sarà possibile affrontare il grande tema delle risorse da destinare per contrastare il cambiamento climatico.

La «manovra del popolo» e le rinnovate paure di default dell’Italia richiamano la necessità di capire i meccanismi di formazione del debito pubblico italiano.
Lo studio che viene presentato da Cadtm Italia, il primo centro studi sul debito auto-organizzato dal basso, ha lo scopo di fornire informazioni sulla struttura del sistema fiscale italiano e degli effetti che le controriforme dei passati decenni hanno avuto sulle entrate dello stato, e quindi sul debito pubblico.

Secondo le sue risultanze la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria. Se consideriamo solo tre episodi speculativi (1992-93; 2007-2007; 2011-2012) ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017. È una cifra che è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, solo il 5% del debito complessivo.

Analizzando il dossier su entrate fiscali e debito vediamo che se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, otteniamo un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato. Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività!

Solo per effetto delle speculazioni oggetto di studio e di una Irpef iniqua oltre 762 miliardi di euro, ovvero quasi il 34% del nostro debito, può considerarsi causato da dinamiche internazionali e nazionali che nulla hanno a che fare con scelte consapevoli degli abitanti dell’Italia.

L’attuale manovra finanziaria con l’enfasi sulla flat tax non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione complessiva e unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico.

Il dossier su Fisco e debito mostra come le soluzioni alla tanto paventata «tenuta dei conti» si può trovare battendo altre strade che tagli ed austerità, recuperando il punto di vista della Costituzione e il suo richiamo alla giustizia sociale.

Vi sono elementi interni all’Italia, confermati da ricerche globali, che indicherebbero come la perdita di reddito disponibile delle classi più abbienti, in termini di maggior esborso fiscale e i maggiori costi sostenuti a seguito dell’introduzione della scala mobile, della tutela del debito pubblico da parte della Banca d’Italia, dal periodo d’imposta 1974 al 1982, fu una delle motivazioni che impose all’establishment di avviare un processo di “restituzione” attraverso:

1) il divorzio della Banca d’Italia con il Ministero del Tesoro per lasciare mani libere a chi aveva la possibilità di investire in titoli di stato enormi fette di reddito, esportandolo dalla quota di cumulabilità alla quota della tassazione secca; dietro il divorzio vi è la visione di una banca centrale senza Stato, che pare l’aspirazione massima di un settore finanziario che non si riconosce nella democrazia costituzionale;

2) una graduale riduzione della progressività fiscale, resa più evidente man mano che la speculazione non consentiva lauti guadagni;

3) l’abbattimento della scala mobile, che entrata in vigore durante il IV governo Moro nel 1975, viene demolita e poi cancellata;

4) l’introduzione definitiva nel mercato finanziario con la concessione alla stipula dei contratti derivati (Governo Craxi). Il debito ancora una volta è la chiave di volta con cui le classi agiate si sono arricchite operando un vero “travaso” attraverso una “restituzione forzata” di ciò che le battaglie sociali e sindacali avevano ottenuto negli anni precedenti.

Svelare questi meccanismi e renderli patrimonio comune può aiutarci ad arricchire il discorso pubblico sul debito e a non restare all’angolo cadendo nelle trappole della illusoria “crescita”, insostenibile dal punto di vista ambientale, e nel gioco al massacro dei “tagli”, ormai insostenibili dal punto di vista sociale. Ci aiuta anche:

• nel non cadere nella ideologia nazionalistica per cui la colpa delle nostre condizioni socio-economiche è da attribuire ai migranti o a categorie sociali fragili, e quindi a smontare la retorica xenofoba e razzista; “l’ideologia dell’ordine delle cose” viene così smontata;

• a comprendere che la verità è che tutti i governi italiani, dal 1983 ad oggi, si sono inseriti nel solco delle riforme neo-liberiste globali che realizzano disuguaglianze scandalose e governano con ogni mezzo il processo autoalimentandolo senza soluzione di continuità;

• a renderci conto che fenomeni mondiali sono alla base dell’aumento del debito pubblico dei paesi vulnerabili e ciò smonta anche l’attribuzione delle responsabilità ad un’Europa che, d’altra parte, con i suoi vincoli e con le sue storture istituzionali, non indica un’uscita democratica dal finanz-capitalismo;

• a rifiutare “l’ideologia dell’ordine dei conti”, facendo pagare un debito pubblico, a questo punto incolpevole per il 99% della popolazione, ai ricchi e super-ricchi con patrimoniali straordinarie ed ordinarie e reintroducendo una reale progressività e cumulabilità.

Perché ci sia democrazia occorre una “informazione onesta” sulla quale gli abitanti del territorio si formino un giudizio da dare o da esprimere. Questa non può essere considerata valida se l’informazione, a monte, non è anch’essa frutto di una costruzione dal basso. Penso che essa sia una precondizione del sistema democratico. Anche il migliore sistema democratico senza una informazione onesta non può dirsi procedimento o procedura corretta ed efficace. Ovviamente questo presuppone che siamo tutti d’accordo sul fatto che le leve fondamentali dell’informazione sono in mano alla finanza che le governa direttamente o le condiziona fortemente. Tutto quello che voglio affermare ha secondo me un nome: autogoverno della conoscenza. Esso è il modo originale di elaborare i dati attinti dall’informazione autorevole o autentica per costruire nuova conoscenza.

In conclusione e strategicamente propongo una conferenza internazionale sul debito parallelamente a quella sul clima perché senza affrontare il tema finanziario non possiamo efficacemente intervenire per una conversione ecologica, l’unica in grado di scongiurare un cambiamento climatico irreversibile.

Lo studio è disponibile e liberamente consultabile sul sito CADTM Italia

*Cadtm Italia