Locandina

EDUCAZIONE, COMUNICAZIONE, RESISTENZA

Raniero Della Valle (giornalista, già deputato e senatore).

Cari Amici, se si faranno le cose che sono state discusse oggi, il mondo potrà essere salvato. In questa nostra assemblea sono confluite molte esperienze e lotte e proposte, e il suo risultato è molto positivo, perché sono state chiare le diagnosi, e sono stati indicati gli strumenti e i rimedi per salvare dall’olocausto ecologico la terra e tutti quelli che vivono in essa. Non c’è “la grande cecità” sulle cose da fare. Ma la mia sensazione profonda è che questo non potrà avvenire se prima non facciamo un’altra cosa, che è quella di fondare un’unica società umana. Ci vorrà la politica, il diritto, l’economia, ma prima ancora ciò dovrà essere oggetto di una grande decisione antropologica. La fraternità evocata da don Colmegna non è un buon sentimento, è una decisione antropologica. Non è affatto scontato infatti che l’umanità sia una, e che gli uomini e le donne siano eguali tra loro. Per molti secoli ciò è stato negato e si è invece teorizzata una diseguaglianza per natura tra gli esseri umani; la storia della diseguaglianza è una storia dolorosissima di signori e servi, schiavi e liberi, popoli eletti e scartati, donne appropriate e negate, razze e caste, predazioni e genocidi. Bisogna arrivare al Novecento perché l’unità umana e l’eguaglianza delle persone e delle nazioni grandi e piccole (come dice lo Statuto dell’ONU), fossero alfine riconosciute dalla cultura e proclamate nelle grandi Carte dei diritti e delle libertà fondamentali, anche se poi non attuate. E il genocidio del popolo dei migranti è oggi perpetrato da tutti noi. Unità ed eguaglianza sono però oggi di nuovo negate in via di principio, ripudiate dalla politica e frantumate dal sistema economico. La globalizzazione che avrebbe dovuto realizzarle, ha diviso invece l’umanità in due parti diseguali ed opera la grande selezione, facendo del mercato e del denaro il supremo giudice tra la vita e la morte, la ricchezza e la miseria, la fame e la sazietà. I

l simbolo più potente di questa spaccatura sono i muri e i porti chiusi che da Ovest ad Est corrono a sigillare il Nord per preservarlo e difenderlo dai popoli del Sud, di cui peraltro non si smette di rapinare le risorse, che si tratti del cobalto del Congo o del petrolio del Medio Oriente. Ciò istituisce un ordinamento di apartheid nel mondo: lo fa il muro tra Stati Uniti e Messico, che Trump vuole costruire anche da solo, contro il Congresso, lo fa il muro invisibile steso attraverso il Mediterraneo da Gibilterra ad Efeso con i porti chiusi di Salvini e ora anche della Spagna, lo farà il muro finanziato dalla Gran Bretagna per fermare i clandestini diretti al Regno Unito già sull’autostrada che porta a Calais, lo fa il muro tra Israele e i Territori ancora non del tutto Occupati che sega la Terra Santa a Betlemme, lo fa il muro alto otto metri che divide in separate corsie la strada 4370 tra Gerusalemme e Gerico in modo che da un lato corrano le macchine ebree e dall’altro quelle palestinesi, lo fa l’isola di detriti e fango in cui sono confinati nel golfo del Bengala i musulmani Rohingya scacciati dalla Birmania. E insieme ai muri c’è la grande macchina fatta di menzogne, di eserciti invasori e di false guerre civili che il Nordatlantico ha costruito negli anni per predare e assoggettare l’Africa e il Medio Oriente con l’intento, dichiarato dalla Thatcher, di riportare all’età della pietra Paesi dove erano fiorite le civiltà antiche.

Il ripudio del razzismo, recente gloria dell’Occidente, è oggi ritrattato, gettato al macero tra i ferri vecchi della sinistra. Un vicepresidente del Senato viene condannato dal tribunale di Bergamo per aver dato della scimmia a una ministra nera, un membro del Consiglio d’Amministrazione della RAI, che aveva rischiato di diventarne il presidente, dichiara la fine irreversibile di quello che chiama uno dei principali dogmi ideologici della sinistra mondiale che per un secolo ha dominato il dibattito culturale e l’immaginario simbolico di milioni di persone, cioè l’eguaglianza, mentre la verità è, secondo questo nuovo vecchissimo pensiero, che gli uomini non sono affatto eguali anche se si dicono fratelli. E se migranti, si aggiunge, essi devono essere respinti, perché il loro dilagare in Occidente è un complotto volto a scardinarne i valori e a fornirgli manodopera a basso costo. Se questa è la cultura diffusa che dà un gradimento di oltre il 60 per cento al governo oggi in carica, ciò vuol dire che occorre tornare ai nastri di partenza, vuol dire che dobbiamo decidere di nuovo ciò che vogliamo essere, se una società di eguali o una società di scelti e scartati. Si tratta di una decisione dirimente per la nostra identità e per la storia futura, come altre simili ce ne sono state in passato. È come la scelta di fronte a cui si trovò il popolo ebreo che era emigrato in Egitto. Lì si trattava di decidere quale visione dell’Egitto adottare, tra le due che ne presenta allo stesso tempo la Bibbia: l’Egitto come terra di schiavitù sotto il Faraone, o l’Egitto come terra dell’abbondanza, che sfama i figli d’Israele durante la carestia, e poi accoglie “nella parte migliore del paese” lo stesso Giacobbe, i suoi figli e i suoi discendenti. La scelta del popolo ebreo fu di rifiutare l’Egitto del Faraone, di rinunciare alla falsa sicurezza della stabilità, alla permanenza in una identità oppressa, e di mettere invece in gioco se stesso, di uscire dall’Egitto, di andare incontro a popoli nuovi e ad abitare terre nuove e promesse, e fu la scelta dell’esodo, della traversata del deserto, della liberazione. Un’altra scelta cruciale fu quando il popolo ebreo, reduce dall’esilio a Babilonia, si trovò a decidere se doveva cominciare una nuova vita di libertà e di incontro con gli altri, oppure se doveva restaurare le condizioni che lo avevano portato alla rovina, se doveva tornare alla teocrazia del tempio, alla servitù della legge, alla purità etnica. Lì la scelta, con Esdra e Neemia, fu la scelta della restaurazione, del ripristino della legge, della costruzione del secondo tempio, della chiusura identitaria fino all’obbligo del ripudio delle mogli straniere; fu in qualche modo l’argine messo alla profezia e la nascita del sionismo.

L’insegnamento per noi oggi è che dopo la caduta, dopo il suicidio della politica, dopo l’esilio della democrazia, dopo l’irruzione dei populismi, non si può semplicemente tornare al passato, rappezzare i vecchi partiti, tornare alle cipolle d’Egitto o della Banca mondiale, occorre fare una cosa nuova, mettere del vino nuovo in otri nuovi. L’altra scelta dirimente fu storicamente quella di Gesù e del suo principale apostolo Paolo: la scelta tra il Dio della vendetta e il Dio della misericordia, il passaggio da un solo popolo alla comunione – non solo alla convivenza – con tutti i popoli, l’obiezione alla legge dei precetti e delle esclusioni e il passaggio alla libertà dello Spirito e alla gratuità del perdono e dell’accoglienza. Un’altra scelta cruciale fu compiuta alla fine dell’Impero, quando a Roma il Senato bruciava e il popolo era in lutto; ma il papa Gregorio Magno invece di intonare i lamenti della disfatta, intonò il canto della liberazione perché nuovi popoli si erano affacciati alla storia, i barbari parlavano “la lingua dei santi”, gli Angli erano evangelizzati e nasceva l’Europa inclusiva di san Benedetto, antidoto all’Europa costantiniana e carolingia che sarebbe poi sfociata nella visione teocratica di Gregorio VII, da cui siamo da poco usciti. Una scelta devastante fu poi quella compiuta dalla cultura e dalla filosofia europea quando decisero che gli Indios non erano uomini, che i neri si potevano trarre come schiavi e che gli operai, come dirà Locke all’inizio della rivoluzione industriale, non erano in grado di ragionare meglio degli indigeni, e cominciò così l’età degli Imperi e dei genocidi, fino a Hitler.

Ma ci sono anche le grandi scelte, i salti di qualità compiuti dalle rivoluzioni moderne, quella americana, francese, sovietica, quella del costituzionalismo postbellico e c’è la scelta del Concilio Vaticano II quando la Chiesa decise che si dovesse annunciare Dio in modo nuovo, per giungere fino alla rivoluzione di papa Francesco. A seguito di ognuna di queste scelte il mondo ha preso una direzione o un’altra per un lungo futuro. Oggi siamo a una scelta di questo tipo, ma questa volta ne va della integrità o della frantumazione del mondo. Ideologie politiche, dottrine economiche, culture giuridiche, religioni, messianismi e letture apocalittiche sono tutte chiamate a consulto per decidere che cosa fare del mondo. E anzitutto c’è il dovere di resistere all’anomia, all’offensiva del potere senza legge che si fa legge a se stesso, e questa è una resistenza messianica, come quella invocata dall’apostolo Paolo come “forza frenante” o “katécon” da opporre alla distruzione. Questo sarà pure il tema di un’assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” che si terrà il 6 aprile a Roma, a cui siete tutti invitati. Ma poi la scelta primaria da fare è quella dell’unità umana, dell’umanità unita come soggetto politico e autore della storia, la scelta di una vera globalizzazione, non del denaro e dei traffici, ma degli uomini e delle donne di spirito e di carne, porti aperti e mura abbattute, non marce verso frontiere serrate o barconi doloranti di migranti, ma navi treni ed aerei di linea e percorsi di accoglienza e integrazione – senza segregazione – al servizio di quel diritto primordiale e universale che è il diritto di migrare, lo ius migrandi, il diritto di piantare le tende per realizzare se stessi e il proprio destino in qualunque lembo di quest’unica terra, casa comune di tutti.