Locandina

PACE E BENI COMUNI

Luca Zevi (architetto e urbanista).

Il Capitolo II dell’Enciclica Laudato Si’, dal titolo “La sapienza dei racconti biblici”, è tutto teso a scovare nella tradizione ebraico-cristiana la radice di una possibile ecologia integrale fondata su una cultura del limite del potere umano tanto rispetto al Signore – che potremmo forse tradurre oggi con beni comuni – quanto sugli altri uomini, quanto sulla terra. Ed effettivamente il paradigma dello Shabbath, codificato nella Parashà Behar Sinai, capitolo 25 del Levitico, sembra andare nella direzione di un approccio ecologico di natura tanto ambientale, quanto sociale. Un approccio a diverse scale, teso a ricordare sistematicamente all’uomo la sua finitezza e i suoi doveri. Si comincia con il giorno dello Shabbath propriamente detto: a imitazione di quanto compiuto dal Signore con il ciclo della Creazione, al termine di una settimana laboriosa ogni attività deve essere interrotta per 24 ore, da tramonto a tramonto, al fine di attingere a una dimensione di riposo di cui devono godere indistintamente uomini e donne, datori di lavoro e prestatori d’opera, animali e terra. La minuziosità con la quale vengono descritte le mitzvoth (regole) dello Shabbath fanno di questa giornata la simulazione di un mondo a venire nel quale i drammatici squilibri che caratterizzano il mondo attuale saranno superati: nel settimo giorno si mette in atto – non semplicemente si auspica – una celebrazione della Creazione come azione sacra, attraverso la sospensione di qualsivoglia rapporto di dominio sugli uomini e sugli animali e di ogni forma di trasformazione della terra.

Lo stesso paradigma incentrato sul numero 7 (6+1) viene riproposto, ponendo gli anni al posto dei giorni, con l’istituzione dell’Anno Sabbatico. Dopo sei anni nei quali, attraverso “la semina del campo e la potatura della vigna” (Lv25,3), ci si è procurati quanto necessario per mangiare e bere, “(il settimo) sarà un anno di riposo per la terra” (Lv25,4), e non solo per lei. Il testo parla chiaro: “Il prodotto del sabato della terra sarà vostro perché ve ne cibiate, cioè sarà tuo, del tuo schiavo, della tua schiava, del tuo mercenario e del tuo avventizio che soggiornano provvisoriamente presso di te, e anche per il tuo bestiame e per gli animali selvatici che si trovano nella tua terra” (Lv25,6-7). E infine, sempre con lo stesso criterio, ponendo i cicli settennali al posto dei giorni e degli anni, dopo sette di questi cicli – quindi dopo 49 anni – interviene il Giubileo, anch’esso di durata annuale, che può intendersi come anno sabbatico ‘potenziato’ e destinato, oltrechè al riposo della terra, a una messa in questione dei rapporti di proprietà e di potere fra gli uomini consolidatisi nel cinquantennio trascorso: “E consacrerete il cinquantesimo anno e proclamerete libertà nella terra per tutti i suoi abitanti” (Lv25,10). Anche qui l’obiettivo è sottolineare il carattere temporaneo dell’appropriazione della terra come ingiunzione divina: “La terra dunque non verrà venduta definitivamente, perché Mia (o ancora, se vogliamo, bene comune) è la terra, perché voi siete forestieri e residenti provvisori presso di Me” (Lv25,23). E il carattere temporaneo del dominio dell’uomo sull’uomo, ad evitare una ‘santificazione’ delle diseguaglianze materiali: “E se un tuo fratello impoverirà e le sue forze vacilleranno presso di te, tu dovrai sostenerlo, sia esso anche un forestiero o un avventizio, sicchè possa vivere presso di te… fino all’anno del Giubileo lavorerà presso di te, ed allora uscirà da te, egli ed i suoi figli con lui, e tornerà alla sua famiglia e al possesso dei suoi padri” (Lv25,39-41). Questa Parashà potrebbe essere letta come un sorta di sostrato morale della bellezza del paesaggio agrario storico italiano, bellezza che scaturisce non da una progettazione architettonica a tavolino, ma da un processo produttivo virtuoso, che nel rispetto della terra ha la sua radice religiosa.

La compresenza di tutte le coltivazioni – antesignana dell’agricoltura “a chilometro zero” – la rotazione sistematica delle coltivazioni stesse e il riposo periodico della terra danno infatti vita a un sistema complesso che, in quanto tale, assume una valenza figurativa equivalente e complementare a quella degli insediamenti urbani storici. Tutto il contrario dello scenario prodotto dall’agricoltura industrializzata, monoculturale e intensiva, che rende monotono il paesaggio, impoverisce la terra e, come tale, è in tutto coerente con una crescita edilizia metropolitana disordinata e invasiva, costituita da zone per lo più monofunzionali e dunque incapaci di partorire una ricchezza di vita e di immagine urbana. Questo scenario rurale e urbano devastato – “mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli” (Laudato si’,53) – è conseguenza del trionfo del “paradigma tecnocratico dominante” (Laudato si’, 101) che ha conformato la cultura della pianificazione economica e territoriale. Una cultura animata dal “mito moderno del progresso materiale illimitato” (Laudato si’,68), che ha marginalizzato i modelli di sviluppo sostenibile che pure sono stati elaborati e proposti nel corso degli stessi secoli di avvento della modernità. Una cultura trasversale che, pur con motivazioni diverse, è stata alimentata da un consenso proveniente da destra come da sinistra. Una cultura incapace oggi di tutelare persino i suoi frutti più maturi, come il viadotto sul Polcevera a Genova. La direzione che ha preso la vicenda seguita al crollo del 14 agosto 2018, infatti, è espressione compiuta di una “cultura dello scarto” (Laudato si’,22) – distruzione della grandissima parte dell’opera non interessata dalla tragedia e del tessuto residenziale e produttivo sottostante, per ricostruire poi un nuovo viadotto“dov’era e (ahimè non, n.d.r.) com’era” – anziché di un “modello circolare di produzione” (Laudato si’, idem), che avrebbe condotto invece a un restauro di quanto ancora in essere e a una reintegrazione della parte collassata con un intervento contemporaneo riconoscibile, salvaguardando gli edifici inutilmente destinati al sacrificio.

Dunque è importante ripercorrere i filoni minoritari del pensiero urbanistico moderno, dalla Città Giardino – articolazione policentrica degli insediamenti urbani nel territorio, per contrastare i fenomeni simultanei dell’ipercrescita e della desertificazione – alla Città Lineare – sviluppo diffuso lungo i grandi assi della mobilità in alternativa all’intasamento megalopolitano – ripercorrendo in particolare il pensiero e l’azione di Adriano Olivetti, che ha delineato e parzialmente realizzato quell’”ordine politico delle comunità” (Adriano Olivetti, Ivrea-Roma 2014) cui l’Enciclica sembra alludere, al fine di ridurre le patologie della “folla solitaria” (David Riesman, Bologna 2009) prodotte dal “sogno prometeico di dominio sul mondo” (Laudato si’,116). E’ importante infatti ricordare, come fa l’Enciclica, che “piccole comunità di produttori optano per sistemi di produzione meno inquinanti, sostenendo un modello di vita, di felicità e di convivialità non consumistico” (Laudato si’,112) e che va riservata “una speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali” (Laudato si’,146). Ancor più importante è fare appello a percorsi di rigenerazione urbana consapevoli di “come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro” (Laudato si’,152). Essenziale è però coordinare le azioni di resistenza – decisive in un mondo caratterizzato purtroppo da un degrado sempre maggiore delle sfere istituzionali – in un paradigma ecosistemico, da contrapporre a quello “tecnocratico dominante”, che si configuri come offerta di un grande sogno di redenzione, contemporaneamente concreto e visionario, a un’umanità oggi per la gran parte sofferente. Coniugare solidarietà e innovazione è la grande sfida che ci si para innanzi: una sfida troppo spesso elusa – con sbilanciamenti ora nell’una, ora nell’altra direzione – che trova le sue radici nel racconto biblico cui abbiamo fatto riferimento, ma che deve essere lanciata risolutamente verso il futuro, per contrastare in chiave olistica le deriva così efficacemente denunciata dal Pontefice.