Locandina

INTRODUZIONE

Daniela Padoan (presidente associazione Laudato Si’).

L’enciclica vede come essenziale il rispetto dell’unicità e dignità di ogni essere – umano o non umano – e indica la necessità di un’uscita dall’antropocentrismo che contrassegna il sistema di pensiero occidentale: L’uomo non è più al centro dell’universo, ma è parte di un sistema, poiché «noi tutti, esseri dell’universo, siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale». É un testo pienamente politico, in dialogo con la teologia della liberazione e con i paradigmi del “buen vivir” dei popoli nativi, confluiti nelle costituzioni dell’Ecuador e della Bolivia. L’enciclica traccia infatti un percorso di pensiero imperniato sull’ecologia integrale, che abbraccia il vivente e prende a guida la sapienza dei popoli indigeni, detentori di un rapporto con il pianeta e i suoi abitanti oggi pressoché estirpato dalla cultura occidentale e dalla sua vocazione predatoria. Met¬tere il rispetto per l’animale e per tutto il vivente al cen¬tro dell’agenda poli-tica ha con¬se¬guenze rivo¬lu¬zio¬na¬rie, in ter¬mini eco¬no¬mici, etici, edu¬ca¬tivi, di stili di vita, ma anche di pensiero politico. Com¬porta uno spo¬sta¬mento nelle pra¬ti¬che quo¬ti¬diane (nell’alimentazione, nella spe¬ri¬men¬ta¬zione scien¬ti¬fica, nel rigetto della cru¬deltà), ma anche nell’abbracciare ciò che vive fuori dalle cate¬go¬riz¬za¬zioni e dalle gerar¬chie che la nostra cul¬tura ci ha impo¬sto nomi¬nan¬dole come natura, e che sono invece espres¬sione di dominio. Antropocentrismo e cultura predatoria hanno, per l’ecofemminismo, il nome di patriarcato: un sistema gerarchico, che prevede la sottomissione attraverso la costruzione di tassonomie tra i viventi, e l’imposizione del potere maschile “per il bene” di chi è in stato di minorità: donna, figli, schiavi, animali (Aristotele, Politica). Da questa predazione del lavoro, del sesso, del piacere, della cura, nasce la legittimazione dello schiavismo. Un “altro”, costitutivamente inferiore, può fare per me ciò che io non desidero fare – lavorare, sostentarmi, accudirmi, darmi piacere – sena che questo costituisca un problema di tipo morale. Il potere si estende fino alla riduzione a cosa, alla mercificazione dei corpi (tanto animali che umani) e di tutto ciò che vive. Una profondissima preoccupazione per la perdita della biodiversità attraversa l’enciclica: «Si pensa alle diverse specie solo come eventuali risorse sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in se stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i inostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana». Parliamo di un ecocidio, di una distruzione dello stesso ambiente che rappresenta la vita che ci nutre (di cibo, di bellezza, di diversità – e dunque di libertà) Risultato di una cultura gerarchica fondata sulla sottomissione e la sopraffazione è una sessualità anch’essa predatoria, reificata, mercificata, che rende cosa attraverso il possesso dei corpi, producendo femminicidio, stupro, tratta, prostituzione, pedofilia. E anche la piaga divenuta possibile con il progresso tecnologico, dell’espianto e traffico degli organi. Persone considerate contenitori di pezzi biologici di ricambio per un mercato ricco. Comportamenti, stili di vita consapevoli: tutto si tiene. Basti pensare alle implicazioni del consumo industriale di carne: la produzione massiva di animali che pesa drasticamente sui cambiamenti climatici; l’utilizzo delle risorse vegetali per far ingrassare gli animali mentre milioni di esseri umani (l’11% della popolazione del mondo) patiscono la fame; il disboscamento di intere aree boschive per coltivazioni intensive di soia; la sofferenza degli animali; l’aumento delle malattie dovute a consumi sbagliati; l’antibiotico-resistenza; la nostra idea che un pezzo di carne non appartenga all’animale ma sia una cosa in sé, un prodotto incellofanato, qualcosa che non ci interroga, perpetuando il nostro addestramento alla cecità. La soglia messa a sepa¬rare l’uomo dall’animale è fria¬bile, e i genocidi del Novecento (la Shoah, la carneficina del Ruanda) mostrano come l’uomo possa essere facilmente respinto verso l’animale o, per meglio dire, verso il con¬cetto, l’astrazione, lo stigma con¬te¬nuto nella parola “ani¬male”; verso il “sot¬touomo”, l’Unter¬men¬sch. Nella pro¬pa¬ganda dei regimi, la costru¬zione del nemico — e dunque la pos¬si¬bi¬lità della sua eli¬mi¬na¬zione fisica — viene attuata con la desti¬tuzione di uma¬nità impli¬cita nel nomi¬nare l’altro come ani-male. Nell’iconografia nazi¬sta gli ebrei erano topi, paras¬siti da disin¬fe¬stare; in Ruanda, negli inci¬ta¬menti allo ster¬mi¬nio fatti dagli hutu, i tutsi erano sca¬ra-faggi. Si dice: “farsi portare come una pecora al macello”, “trattati come animali”. Gli esempi sono infi¬niti, e sarebbe inte¬res¬sante inter¬ro¬gare l’indifferenza all’animale che alberga nelle meta¬fore, nelle simi¬li¬tu¬dini, nelle imma¬gini che usiamo comu¬ne¬mente. Quella stessa indifferenza, la coltiviamo verso gli esseri umani. É necessario allora, e l’enciclica lo indica con chiarezza, un ascolto reciproco delle differenze che parta dal rispetto delle singolarità e dalla considerazione dell’unicità e meraviglia di ciascun essere che vive.