Locandina

Pace e bene comune

Mario Agostinelli (presidente Energia felice)

Gli umani sono creature piuttosto pericolose per il pianeta in cui vivono. Il simbolo che rappresenta questo al meglio è probabilmente l’orologio del giorno del giudizio (il Doomsday Clock). Si tratta di un orologio o un simbolo immaginario, che rappresenta quanto è probabile che gli umani provochino una catastrofe globale. È stato messo in atto come una sorta di metafora, dal Bollettino degli Scienziati Atomici un consesso internazionale che pubblica una rivista accademica sulla sicurezza globale e sulla tecnologia. A Gennaio 2019 l’orologio segna 2 minuti alla mezzanotte. Le sue lancette sono rimaste sulla stessa posizione dell’anno precedente, ma sono pur sempre le più prossime alla fine dal 1953. La maggior minaccia per l’umanità consiste nel crescente arsenale nucleare in tutto il mondo. La faida tra Stati Uniti e Corea del Nord si è in gran parte ridotta, e questo è uno dei motivi per cui l’orologio non è cambiato dall’anno scorso. Ma le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono ancora molto tese, e gli Stati Uniti e la Russia possiedono il 90% di tutte le armi nucleari in tutto il mondo. I tempi erano buoni per un po ‘, ma da allora, il giorno del giudizio si avvicina sempre di più, ricordandoci che la fine del mondo è a solo una o due decisioni sbagliate. In queste decisioni rientrano anche le politiche di mancato contenimento dei cambiamenti climatici
Il 7 Luglio 2017 si è svolta a new York una storica votazione in cui 122 stati si impegnano sulla base del trattato TNP (Trattato di proibizione delle armi nucleari) a non produrre né possedere armi nucleari, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente. Il Trattato potrà entrare in vigore quando sarà stato firmato e ratificato da almeno 50 stati. Sarà giuridicamente vincolante solo per gli stati che vi aderiscono e non proibirà loro di far parte di alleanze militari con stati in possesso di armi nucleari. Allo stato attuale non aderisce al Trattato nessuno degli stati in possesso di armi nucleari: gli Stati uniti la Francia e la Gran Bretagna, la Russia, Cina, Israele, India, Pakistan e Nord Corea e gli altri membri della Nato, in particolare Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia, che ospitano bombe nucleari statunitensi. Aderendo al Trattato, l’Italia dovrebbe disfarsi delle bombe nucleari Usa schierate sul suo territorio a Ghedi ed Aviano (50 bombe nucleari B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre, al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani). Ai 122 Stati membri dell’ONU, si sono associati parlamentari, sindaci e organizzazioni della società civile nel celebrare l’adozione di un trattato finalmente giuridicamente vincolante per vietare la bomba atomica impegnandosi ad accrescere la coscienza pubblica sui principi e sui valori dell’umanità. Il valore del TNP è innanzitutto quello di creare una norma universale e di aprire un negoziato umanitario che parte da una valutazione sull’essere umano.
La novità dopo Rio 1992 sta nella percezione che l’umanità possa perire non solo per la forza distruttiva della bomba, ma anche per la progressione brusca del cambiamento climatico. A livello politico, però, non ci sono adeguati segnali di preoccupazione e di azione per azzerare le emissioni di gas serra e cercare quindi di evitare i fenomeni più catastrofici. Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C significa intrecciare sotto il segno del diritto della pace e della cura di Madre Terra le due emergenze più attuali. La California, nell’ambito del movimento “We are still in” , contro la decisione di Trump di ritirare gli USA dall’accordo di Parigi, adotta un piano per il 100% rinnovabili entro il 2045 ed allo stesso tempo supporta il TNP. Questa è la prospettiva in cui si deve porre l’Unione Europea. E’ importante chiarire come il militarismo e la logica imperante dell’economia di guerra fungano da acceleratori della contaminazione ambientale e dei cambiamenti climatici in corso, nonché delle minacce della sicurezza globale e dell’ingiustizia sociale. Reagire a questa realtà di degrado complessivo contribuisce a far crescere una cultura politica e sociale che riaffermi la centralità di una rinnovata alleanza tra esseri umani e natura. “Dirottare risorse dal mondo fossile a quello pulito”, è la riedizione o la reiterazione complementare di “svuotare gli arsenali e riempire i granai”. Lo spostamento di investimenti dalla macchina militare alla prevenzione della catastrofe climatica è un’urgenza assoluta. Va ricordato che con le scelte o le non scelte che oggi faremo (o che lasceremo fare) in difesa o meno della comune umanità sarà costruita la qualità del futuro, da cui nessuno potrà neanche volendo sfuggire.
Il diritto “di” pace è l’opposto del diritto che vige in guerra e che riguarda l’uguaglianza e la giustizia sociale senza cui non c’è “pace” possibile, né in ambito nazionale né in quello internazionale. Nel caso della pace e nella formulazione dell’articolo 11 emergono quei diritti naturali e inalienabili dell’uomo che vengono posti dalla Costituzione prima dello Stato e dell’ordinamento. Emerge quindi una considerazione non nuova: che il principio di maggioranza non sempre è di per sé coincidente con il principio di democrazia.
Guerre per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre per la terra, guerre per l’atmosfera: la scarsità di risorse e il loro rapido deterioramento sono all’origine di conflitti di così devastante impatto sulle condizioni di vita da provocare ondate di emigrazioni. Il degrado di materia vitale alla massima velocità (i processi naturali non ricorrono a forme di combustione) e con un impiego inusitato di energia (le esplosioni richiedono che la trasformazione energetiche si consumino nel più breve lasso di tempo possibile) trascende le potenzialità della natura e impedisce una rigenerazione della vita in dissintonia con i tempi della natura. Per semplificare: quanto più elevata sarà la densità energetica di una bomba, (termica chimica o nucleare), tanto più lunghi saranno i tempi di bonifica del territorio distrutto. L’impronta ecologica della guerra rende tanto più stringente per i popoli il “diritto della pace”, certamente più integrale del “diritto alla pace”. “Per conquistare la pace si deve abitare la Terra con leggerezza, distribuire le sue risorse vitali in modo equo, mantenere lo spazio ecologico delle comunità” (W. Sachs). C’è piena coerenza tra Laudato Sì e disarmo. E’ indispensabile e urgente lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate in grado di garantire la Pace attraverso il disarmo integrale, la salvaguardia dell’ambiente, la sicurezza alimentare, l’accoglienza per regolare i flussi migratori.
Si stima che il solo Pentagono produca il 5% della CO2 globale, un valore che supera quello complessivo di diversi Paesi. La produzione di CO2 dell’insieme dei sistemi militari mondiali potrebbe ammontare al 15% della CO2 totale. (Oltre metà della quale imputabile ai 29 paesi della NATO). Il settore militare è esente (non viene contabilizzato!) da obblighi stabiliti alle convenzioni internazionali per il clima.
Il Nuovo Modello di Difesa presentato nel 1991 prevede la difesa armata degli interessi italiani ovunque nel mondo, in piena violazione dell’art.11 della Costituzione: spinge quindi verso l’acquisizione di sistemi d’attacco e di proiezione a lungo raggio e mortifica la corretta applicazione della L. 185/90 sulla esportazione di armi (L.185/’90). Va contestata la nostra presenza nella NATO: la sua spesa militare vale il 52% di quella mondiale e non è più statutariamente una alleanza solo difensiva. La UE deve rinunciare a capacità di proiezione militare all’estero, adottando un modello strettamente difensivo, non nucleare, nel rispetto dello Statuto ONU, che sola può, come ultima ratio, usare la forza militare per riportare la pace.
Un tempo libero dalle costrizioni del consumo, del mercato e delle macchine è l’utopia del socialismo del Novecento. Negli ultimi quarant’anni le telecomunicazioni, la digitalizzazione, l’accesso alle banche dati, la rapidità di interconnessione e di elaborazione hanno accentuato la possibilità di espropriazione del tempo per alcuni e del suo possesso per altri. Si tratta di un “furto di tempo”, senza la cui comprensione si perde la pienezza del valore sociale del lavoro. Anche i tempi di vita, di ozio, di apprendimento sono oggetti di esproprio, al punto che il riscatto del “tempo proprio” rappresenta forse l’esigenza primaria dell’esistenza ai giorni nostri. La colonizzazione del tempo maschera molti conflitti. Possedere e dominare il tempo – lavoro e ozio, orario vincolato e tempo libero – così come una volta possedere e dominare lo spazio, corrispondono, nel senso comune, ad una manifestazione di successo e di supremazia politica e sociale, mentre subire un imponente meccanismo di controllo e sequestro del tempo – saturato, accelerato, compresso, spiato, sprecato, ormai al di fuori di qualsiasi forma di negoziato – fa parte dell’affermazione di uno stile di vita imposto e passivamente accettato, contraddistinto dal consumo e dallo spreco. La natura, al contrario dell’impresa, sceglie, tra i vari concepibili modi di realizzare le sue azioni, la traiettoria più economica dal suo punto di vista, che è quella della minimizzazione dell’energia. Avvengono così delle scissioni irreparabili tra mondo artificiale e naturale, tra tempo fisico e tempo biologico, tra tempo produttivo e tempo proprio e viene infranta definitivamente l’armonia tra tempo del mondo, tempo di vita e tempo di lavoro. Riappropriarsi del tempo ha anche una componente di genere che va liberata dall’assetto attuale di potere maschile. Siamo di fronte ad un irrazionale eccesso di capacità trasformativa da parte del lavoro, che accelera il degrado del mondo naturale. L’enorme “dividendo” che si ottiene a spese della natura e del lavoro nella nuova organizzazione su scala temporale e spaziale della produzione, deve essere restituito alla natura conservando l’ambiente e distribuito tra i lavoratori con la riduzione generalizzata e politicamente sostenuta dell’orario di lavoro.
Nasce la necessità di uno spazio di educazione alla bellezza per sfuggire alla razionalità del calcolo utilitaristico volto al profitto. Il Capitolo II dell’Enciclica Laudato Sì, cerca nella tradizione ebraico-cristiana la radice di una possibile ecologia integrale fondata su una cultura del limite del potere umano.
Il sostrato morale della bellezza del paesaggio agrario storico italiano, non scaturisce da una progettazione a tavolino, ma da un processo produttivo virtuoso. La compresenza di tutte le coltivazioni – antesignana dell’agricoltura “a chilometro zero” – la rotazione sistematica delle coltivazioni stesse e il riposo periodico della terra danno infatti vita a un sistema complesso che, in quanto tale, assume una valenza figurativa equivalente e complementare a quella degli insediamenti urbani storici. Dobbiamo fare appello a percorsi di rigenerazione urbana consapevoli di “come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro” (Laudato si’,152). Essenziale è però coordinare le azioni di resistenza in un “paradigma ecosistemico”, da contrapporre a quello “tecnocratico dominante”. Coniugare solidarietà e innovazione è la grande sfida che ci si para innanzi.

MIE OSSERVAZIONI
Il “diritto di pace”, riguarda una concezione del diritto attributiva ai popoli del potere di “autodeterminazione” e conferma il ruolo antagonistico della “sovranità popolare” rispetto al ruolo dell’élite economico-politiche dominanti. Rompere la Costituzione delle Repubblica antifascista e di democrazia-sociale “fondata sul lavoro” e sul diritto “di” pace, è di fatto una rottura di grandi proporzioni, in quanto limita la sovranità popolare che ha la sua rappresentanza nel Parlamento, non nel Governo.
Se non ci si rifà all’articolo 11 nella sua interezza, nel migliore dei casi quello della pace è un concetto assai relativo che suscita in ciascuno di noi immagini differenti e assume significati diversi a seconda della persona, del luogo e del tempo, un ideale, insomma, che di volta in volta diventa reale soltanto in un determinato contesto. L’anelito di potere e ricchezza, sia esso individuale o collettivo, se non viene mantenuto entro certi limiti mediante valori più elevati, finisce per condurre facilmente all’insoddisfazione, alla corruzione e alla guerra. Oggi al conflitto si aggiunge una nuova dimensione: consumiamo gli elementi naturali, l’aria, l’acqua, la terra, la flora e la fauna da cui dipende la vita tutta e quelle delle generazioni a venire.
Un bell’esempio di difesa della nostra sovranità, sancita dalla Costituzione, e della nostra sicurezza è quello per cui il Governo garantisce la sicurezza sbarrando la porta ai migranti ma spalancandola alle armi nucleari Usa.